Evidentemente il pubblico preferisce ancora la radio originale

Le Stations, l’operazione speciale di Spotify per invadere il territorio della Radio è fallita. Doveva essere una guerra lampo, invece si è trascinata per quattro anni. Nel 2018 l’OTT aveva annunciato la sua decisione di lanciare un attacco diretto al medium radiofonico con Spotify Stations, il suo spin-off per ascoltare in modo precompilato la propria musica. Iniziativa poi concretatasi nel 2019 in pompa, più o meno, magna.

La (poca) sostanza del progetto Stations

In sostanza, una serie di playlist (scambiabili tra gli utenti come le figurine) senza dover scegliere artisti o canzoni specifiche e con la possibilità, mutuata da Netflix & C., di riprendere l’ascolto del flusso da dove si era interrotto.

Shut down

Il suo pubblico non pare però aver apprezzato il progetto, che infatti verrà chiuso.

Dai test si impara

“Conduciamo regolarmente test per fornire ai nostri utenti una migliore user experience. Alcuni di questi aprono la strada a soluzioni più ampie, altri sono apprendimenti importanti. Spotify Stations Beta è stato uno di quei test”, è stato il commento dell’OTT.

Cambiamento di strategia

Spotify, tuttavia, nonostante gli sbandamenti su più fronti, non abbandonerà completamente la competizione con la radio: presto saranno testati altri mix di news, approfondimenti specifici e musica profilati sull’utenza.

Rotta per l’app

E le stesse stations dovrebbero poter essere trasferite sull’app tradizionale di Spotify.

La guerra continua

Tuttavia, il fatto che Spotify abbia perso una battaglia contro la Radio, non significa che abbia cessato le iniziative: la competizione prosegue sul piano pubblicitario (ricordiamo l’aggressiva campagna “Dimenica la radio“) e sui podcast.

Festeggiamenti

Bene quindi, per i radiofonici, brindare, ma non a lungo. Gli editori devono mettersi subito al lavoro per armarsi in vista dei prossimi attacchi al dominio del medium radio. Che ci saranno; questo è certo.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Ed il podcasting rappresenta il 10% del volume

Da noi il podcast, soprattutto in ambito radiofonico, è ancora percepito come qualcosa di evanescente, con potenzialità tutte da dimostrare. Negli Stati Uniti non è così: il CEO del più importante gruppo radiofonico, iHeartMedia, Bob Pittman, la scorsa settimana ha esposto dati oggettivi. A fronte di un aumento complessivo delle entrate di poco meno del 20% (pari a 843 milioni di dollari), Pittman ha affermato che la posta relativa al podcasting è aumentata del 79% nel 2021, collocandosi a 69 milioni di dollari.

Margini del podcasting per iHeartMedia superiori a quelli tradizionali radiofonici

Pittman ha sottolineato che i margini di podcasting sono superiori a quelli del perimetro tradizionale di iHeartMedia.

Building over buying

L’approccio di iHeartMedia al podcasting si concreta nella realizzazione diretta di show radiofonici, nella collaborazione con altri content creator e nella distribuzione e promozione su tutte le proprie piattaforme. Il CFO del superplayer, Rich Bressler, lo ha definito un approccio “building over buying“.

iHeartMedia e Stuff Media

Il gruppo radiofonico americano è stato uno dei primi a credere nel podcasting, attuando una serie di acquisizioni strategiche di compagnie audio, di cui l’ultima è stata, nel 2018, Stuff Media.

Aprile 2022: 632 show e 441 mln di download

Per avere una dimensione dell’impegno produttivo di iHeartMedia, si consideri che ad aprile 2022 il gruppo ha pubblicato 632 show, generando 441 milioni di download (il competitor NPR ha realizzato 165 milioni di download con 49 programmi).

Il digitale pesa per il 25% sulle entrate di iHeartMedia

Nel complesso, il digitale rappresenta il 25% delle entrate complessive di iHeartMedia. Escludendo il podcasting nel trimestre 2022, le entrate digitali sono state di 146 milioni di dollari, con un aumento del 22%. La rilevanza strategica del sistema multipiattaforma è la motivazione che spinge Pittman a considerare prioritaria la trasformazione digitale dell’azienda.

Volume di affari 2022

Il volume d’affari del gruppo iHeartMedia (comprensivo delle stazioni radio) è aumentato del 15%, collocandosi a $ 571 milioni. La divisione broadcast è cresciuta del 16,2%, le network revenue del 2,1% e gli eventi e le sponsorizzazioni del 50%.

Prospettive buone

La società prevede che i ricavi nel secondo trimestre 2022 aumenteranno tra il 10% e il 14% (quelli di aprile sono aumentati dell’8%).

In collaborazione con: newslinet.com

Il sistema deciderà da solo se FM/DAB/IP

Eugenio La Teana (RTL 102.5 e WorldDAB): indispensabile trovare uno standard che vada oltre il mondo solo della radio. I broadcaster, insieme, stanno lavorando perché in auto ci sia un tasto “radio” dove il sistema decide quale rete usare, FM, DAB, IP in funzione delle condizioni di ricezione istantanee. Senza che il passeggero/guidatore se ne debba preoccupare. Target: non solo un’applicazione disponibile su tutti i dispositivi, ma standard chiari da proporre ai costruttori per l’integrazione nei sistemi operativi delle vetture. Interagiamo con Google, che, attraverso Android Automotive OS (AAOS), risolve un grande problema per i costruttori: opera senza dispositivo cellulare, in modo nativo. In questo modo il nostro settore continuerà a essere l’interlocutore globale per il mondo radio (senza farci sottrarre il ruolo da Spotify o altre app). Gli aggregatori utilizzano senza autorizzazione i nostri contenuti per inserire le loro campagne pubblicitarie.

Intervista, parte seconda

Siamo alla seconda parte dell’intervista a Eugenio La Teana, head of innovation presso RTL 102.5, membro dello Steering Board di WorldDAB e Country Manager di Radioplayer.

Nelle puntate precedenti…

Nella prima parte avevamo affrontato la questione del DAB e dello switch off. Oggi ci concentriamo sul futuro della della radio in mobilità, sui sistemi operativi dedicati e sul sistema RadioPlayer. Una piattaforma su cui NL si è soffermato più volte, anche sottolineandone le attuali criticità.

Un tastino marchiato “radio”

(Newslinet) – Sui cruscotti delle autovetture si trova preinstallato Spotify, ma non necessariamente la radio. La radio ha perso un’occasione?
(Eugenio La Teana) – Anche questo tema mi è molto vicino e occorre aprire la parentesi su RadioPlayer. Se pensiamo alla radio ibrida, FM, IP DAB, capiamo come occorra trovare uno standard che vada oltre il mondo solo della radio.

La mission di RadioPlayer

RadioPlayer ha questa funzione: mette nello stesso condominio non solo le radio DAB di una determinata nazione, ma l’insieme della radiofonia globale. Quindi il sistema radio.

Aggregatori indesiderati

Oramai tutti gli editori si sono accorti di quanto gli aggregatori, nel fornire un servizio agli utenti, decidono d’inserire la loro pubblicità senza aver alcun accordo (e men che meno l’autorizzazione) da parte dei broadcaster.

Parassitismo?

Questi aggregatori utilizzano i nostri contenuti, creati con i nostri investimenti e pagati con i nostri soldi per inserire la loro pubblicità. E per raccogliere le informazioni sui nostri ascoltatori!

Fidelizzazione

Anche perché ormai molti ascoltatori non sono più legati solo a un brand. Penso all’ascoltatore che segue Non Stop News al mattino e magari, al pomeriggio, sceglie un altro gruppo editoriale: una cosa normale.

La svolta

Fino all’arrivo di RadioPlayer il settore radiofonico non aveva la capacità di offrire una sua soluzione.

Lavoriamo per uno standard, non per un’applicazione

C’è poi un’altra cosa essenziale: lavoriamo non solo perché questa applicazione sia disponibile su tutti i dispositivi ma anche perché ci siano standard chiari da proporre ai costruttori per l’integrazione nei sistemi operativi delle vetture.

RadioPlayer indispensabile

I grandi marchi dell’automobile sono globali. E quindi per loro e’ importante avere di fronte un interlocutore globale. Nessun gruppo radiofonico puo’ essere qualificato come tale.

Tastino magico

RadioPlayer è forte nell’ibrido: in auto dev’esserci un tasto “radio” dove il sistema decide quale rete usare, FM, DAB, IP in funzione delle condizioni di ricezione istantanee, senza che il passeggero/guidatore se ne debba preoccupare.

IP complementare al broadcast

L’IP è una buona tecnologia, ma è complementare con il broadcast che ha vantaggi in termini di costi e robustezza.

Integrazione e trasparenza

(NL) – Dunque oggi RadioPlayer dovremmo trovarlo preinstallato quando acquistiamo una nuova vettura?
(E.L.T.) – Ci sono due tipi d’integrazione. Quella nativa attraverso le WRAPI, usate ad esempio di BMW. Quando clicchi sul bottoncino radio attivi RadioPlayer e non devi scegliere una app: la tua è l’esperienza utente classica, quella della radio. Ma erogata in modalità ibrida tramite la tecnologia RadioPlayer e con funzioni avanzate quali testi correlati, pause ecc.

Dalla seconda metà del 2022

Parlo delle vetture in vendita a partire dalla seconda metà di quest’anno 2022.

Android Automotive OS

Stiamo anche lavorando con Google che come sai ha un sistema operativo dedicato alle auto, Android Automotive OS (AAOS), che risolve un grande problema per i costruttori. AAOS fornice mappe, navigazione – attenzione, senza dispositivo cellulare, in modo nativo – e, appunto, intrattenimento. Dove si troverà anche RadioPlayer associato alla funzione attivata dal tastino “radio” sul cruscotto.

La radio siamo noi (e non Spotify)

In questo modo il nostro settore continua a essere l’interlocutore globale per il mondo radio (senza farci sottrarre il ruolo da Spotify o altre app). E, lo ripeto, l’unico modo di rappresentare “la radio” con questi colossi è quello di essere un attore globale.

No algos

Anche perché ritengo che la radio resti l’unico mezzo veramente democratico, gratuito e fatto di una pluralità di voci dove non c’è intermediazione. La radio non ti profila, non ci sono algoritmi ad agire dietro le quinte.

In collaborazione con: newslinet.com

Esiste una correlazione?

Lo dicono tutti: correlazione non implica causalità, a meno di credere che la diminuzione delle persone che muoiono cadendo dalle barche da pesca sia davvero la causa del minor numero dei matrimoni nel Maine. Ma, a volte, il rapporto causa-effetto esiste e la domanda che ci poniamo è se il continuo calo delle copie di quotidiani venduti in Italia sia da mettere in relazione con l’appena annunciato e preoccupante downgrade dell’indice di libertà di stampa (Press Freedom Index) nel nostro paese.

Press Freedom Index

L’indice della libertà di stampa è una statistica annuale elaborata da Reporters Without Borders sulla base di un questionario che per ciascuna nazione prende in considerazione 33 indicatori quali il numero di opinioni differenti che compaiono sui media, l’autocensura dei giornalisti, l’indipendenza dei mezzi di comunicazione, il quadro legislativo e molti altri ancora.

Cinque classi di nazioni

Il risultato è un punteggio compreso tra 0 e 100, dove le nazioni che ottengono oltre 85 punti si possono considerare come dotate di una stampa abbastanza o molto libera, mentre quelle che si situano sotto i 55 presentano problemi concreti.

Italia in discesa

I dati appena pubblicati vedono per l’Italia un calo preoccupante: la nostra nazione figura ormai al cinquantottesimo posto (su 180), in discesa rispetto alla quarantunesima posizione dell’anno precedente.

Nessun giornalista in prigione

Possiamo comunque tirare un sospiro di sollievo: secondo l’organizzazione nessun giornalista è attualmente in prigione (per quanto ha scritto o affermato).

Benchmark

Abbiamo innanzitutto provato a creare una breve tabella storica limitatamente a Italia, Francia e Regno Unito. Osservandola possiamo notare come negli anni tra il 2017 e il 2022 Regno Unito e Francia abbiano migliorato la propria posizione.

Nazioni problematiche

Viceversa, l’Italia è riuscita quasi a finire nel gruppo delle nazioni problematiche (nota: per rendere comprensibile il grafico abbiamo ovviamente indicato il complemento a 100 rispetto all’indice).

Diffusioni quotidiani

Al fine della comparazione con Francia e Regno unito abbiamo selezionando tre testate per ciascuna nazione, pubblicazioni che riteniamo possano ritenersi indicative per prestigio o numero di copie vendute.

L’andamento. Non tanto lento

Come chiaramente visibile l’andamento della diffusione (tiratura o copie vendute non cambia molto) in Italia è molto preoccupante e lo è ancora di più quando messo fianco a fianco con le altre nazioni.

Francesi alla riscossa

Il grafico relativo ci aiuta a chiarire le idee. I quotidiani francesi hanno visto un’accelerazione delle vendite dopo la pandemia e questo è particolarmente vero per Le Monde, testata tradizionalmente progressista di proprietà di Xaviel Niel, creatore e CEO di ILIAD. Maglia nera globale per la testata fondata da Eugenio Scalfari.

Causa-effetto

Esiste dunque il rapporto causa-effetto ? Per farci un’idea abbiamo messo in grafico un indicatore medio di diffusione delle testate prese in considerazione (a sinistra) affiancandolo al “Press Freedom Index” relativo allo stesso periodo e le stesse nazioni. Lasciamo libero il lettore di trarre le proprie conclusioni.

Conclusioni

Una cosa resta certa: in nessuna delle nazioni prese in considerazione i numeri sono depressi come in Italia, come testimoniato dalla linea grigia, la più bassa per entrambi gli indicatori che abbiamo analizzato.

Di tutto un po’ (poco)

Pochi lettori della carta stampata e poca libertà di stampa in Italia: correlati o meno questi due fatti appaiono purtroppo incontrovertibili.

Fonte dei dati utilizzati per questo articolo

Italia: adsnotizie.it
Francia: ACPM.fr
Regno Unto: Audit Bureau of Circulation

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Anche in aree calde del territorio

Con la primavera fioriscono i mux locali. La radio locale corre per recuperare il gap con i player nazionali nella diffusione digitale via etere, con tecnologia DAB+. Complice una (largamente auspicata e sollecitata) maggiore disponibilità del Ministero dello sviluppo economico a rilasciare autorizzazioni sperimentali.

Tra i fiori, nelle more

Il tutto, ovviamente, nelle more della pubblicazione, da parte di Agcom, del Piano Nazionale di Assegnazione delle frequenze per la radio digitale, propedeutico ai bandi per l’attribuzione dei diritti d’uso ai consorzi richiedenti, che condurrà il settore verso quella attesa e necessaria stabilizzazione.

Iniziative consortili

E proprio alcuni consorzi di radio locali sono in questo momento particolarmente attivi: CR DAB, Mediadab e Digital Radio Group stanno attivando in questi giorni impianti in aree commercialmente, editorialmente e demograficamente calde, come la Lombardia.

Mux locali

Nelle province di Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona e Milano sono infatti in corso di attivazione mux locali dei tre consorzi, di cui gli ultimi due in stretta collaborazione con Consultmedia.

Interregno

“In questo momento di interregno fra la conclusione del refarming televisivo della banda 700 MHz – che ha liberato numerose frequenze VHF idonee allo sviluppo del DAB – e l’entrata a regime del comparto radiofonico nell’era digitale via etere (sia per i nazionali che per i locali) a seguito dell’imminente approvazione del PNAF di Agcom, che consentirà al Mise di pubblicare i bandi per l’attribuzione dei diritti d’uso consortili, è importantissimo avviare il presidio”, commenta l’ing. Massimo Rinaldi, responsabile dell’Area Tecnica di Consultmedia.

Joint venture digitali

“A questo scopo, oltre alla storica partecipazione nel consorzio Digital Radio Group, di cui è partner Consultmedia, abbiamo in questi giorni definito una joint venture con Mediadab per il potenziamento dell’offerta complessiva dei mux locali su cui confluiranno le 250 emittenti assistite dalla nostra struttura“, continua Rinaldi.

Sviluppi

“Nei prossimi giorni saremo più precisi circa alcuni aspetti strategici di questa operazione, propedeutica a sviluppi molto più vasti per il consolidamento della radiofonia locale in tecnica digitale“, conclude l’ingegnere.

In collaborazione con: newslinet.com

In futuro offerta integrata HBO/Discovery/CNN

Quando solo sei giorni fa titolavamo “CNN+, successo o buco nell’acqua?” non immaginavamo certo che CNN+ avrebbe battuto Quibi nella triste lotta al primato dei peggiori esordi per un servizio SVOD. Creatura di Jeffrey Katzenberg che avrebbe dovuto fornire rapido intrattenimento (in formato orizzontale e verticale grazie a un interessante brevetto), Quibi era stata infatti chiusa a soli 6 mesi dal lancio. Nel caso di CNN+ il cammino e’ durato solo 31 giorni, un record che probabilmente resterà per sempre imbattuto.

CNN-

Cominciamo con sottolineare come il nome “CNN+“, copiato probabilmente da Disney, mal si adatta al servizio proposto, che avrebbe dovuto forse chiamarsi CNN-. Agli abbonati vengono infatti proposti gli show creati ad-hoc, ma non i contenuti dei canali CNN classici (CNN, CNN International e HN), riservati solo a coloro che pagano anche un abbonamento cavo.

Abbonati

Come abbiamo scritto, e come riporta la CNN stessa, a tre settimane dal lancio il numero degli abbonati non risulta inferiore a quanto previsto dal business plan, con circa 150.000 suscriber attivi.

Errore fatale

Ma l’errore fatale del management del network è stato di decidere il lancio del servizio nonostante la società stesse per essere inglobata nel nuovo gruppo Warner Bros. Discovery ed essendo a conoscenza delle forti riserve da parte del futuro CEO, David Zaslav.

Camere stagne

Come è potuto andare avanti un lancio di questa portata a poche settimane da un cambio di proprietà della casa madre ? Semplicemente, spiega CNN, in base alla regolamentazione vigente durante un processo di merger sono vietate le comunicazioni tra i due team dirigenti.

Stop

Impossibile dunque per Zaslav (nuovo CEO) chiedere o imporre lo stop a Jason Kilar (attuale/ex CEO di Warner Media).

Il razionale

Il razionale della chiusura è spiegato da Zaslav come segue: “La decisione è in linea con la strategia direct to consumer di WBD: in un mercato complesso come quello dello streaming, i consumatori vogliono la semplicità de servizi onnicomprensivi, che forniscono una migliore esperienza e più valore rispetto a quelli singoli.”

Acqua calda

E sinceramente ci pare la scoperta dell’acqua calda: gli utenti – se proprio devono pagare per sapere di guerre e pandemie – preferiscono che il costo sia annegato all’interno di un package che comprenda anche Batman e l‘affondamento dell’Express Samina.

Miliardi di debiti

La completezza dell’informazione – si sa – è essenziale. Nell’articolo a commento della vicenda, CNN ha perfidamente inserito un paragrafo di tre righe che recita: “Warner Bros. Discovery ha miliardi di debiti, in gran parte risultato della decisione di combinare le società e i dirigenti sono sotto costante pressione per trovare i 3 miliardi di risparmi promessi a Wall Street come risultato del merger“.

It’s your fault

Come dire, non era la nostra idea a essere sbagliata: il problema sono loro, troppo indebitati.

Nuove opportunità

CNN ha dunque per il momento fallito il passaggio verso il mondo del OTT e resta ancorato al modello “opzione in un package lineare a pagamento”. Eppure il brand era e resta forte. E viene da chiedersi come in passato non sia riuscita imporsi come social di riferimento per il segmento news in tempo reale. Ma forse c’è ancora una speranza.

Musk e Twitter

È di oggi (lunedì 25 aprile) la notizia che il board di Twitter avrebbe accettato la proposta di acquisto della totalità delle azioni sul mercato (outstanding stock) da parte di Elon Musk.

Social Tesla

In altre parole, che il CEO di Tesla diventi proprietario assoluto del social, con l’obiettivo di toglierlo dalla borsa per modificarlo in modo sostanziale. Come non è per ora dato sapere.

Free Speech Absolutist

Subito sono iniziate le reazioni indignate da parte di molti utenti, pronti a lasciare la piattaforma se solo il miliardario – che si definisce assolutista della libertà di parola – procedesse a riammettere Donald Trump, estromesso a vita dal vecchio management.

E ora?

E ora dove andiamo, ha scritto qualcuno sul social. Perché, ahi noi, le alternative a Twitter – per altro di scarso successo – sono per ora tutte “a destra“, sospettate di essere nate proprio per ospitare l’ex presidente degli Stati Uniti. Un’opportunità’ riteniamo per CNN.

Algoritmo

Il software che gestisce il sito – se privato del famoso “algoritmo”, come tutti vorrebbero – non è poi così complesso da scrivere e la nuova CNN potrebbe con un po’ di coraggio provare a giocare il suo nome e proporsi come nuova Twitter. Le credenziali di anti-Trump non le mancano certo.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Ma gli svedesi non stanno a guardare e rilanciano con Greenroom

Insieme al crollo del mito dell’intoccabilità della FM, un altro punto fermo dell’approccio al futuro radiofonico da parte di pensatori analogici si è sgretolato: gli OTT dello streaming audio on demand sono competitori della Radio.

Eccome se lo sono. Anzi, ne sono il principale antagonista.

Lo avevano già capito alcuni esponenti di spicco del settore, guardando nella direzione della Luna e non del dito di analisti fuori strada. Come Lorenzo Suraci, presidente di RTL 102.5, che su Newslinet, tempo fa, lo aveva dichiarato apertamente. Ed ora lo ha realizzato anche TuneIn, che di Radio principalmente vive.

Le stelle non stanno a guardare

Ma Spotify non sta a guardare. E dopo che il suo titolo ha ripreso fiato in Borsa con un accordo con Google che gli permetterà di farsi pagare dagli utenti tramite il suo sistema di fatturazione e non piu’ solo con quello nativo del Play Store, anticipa la mossa, potenziando Greenroom, che diventa Spotify Live.
Perché, Spotify, sebbene abbia salvato il settore musicale (rappresenta il 20 per cento dei ricavi della discografia, con 7 miliardi di dollari versati in diritti all’industria delle canzoni nel solo 2021), non vive solo di esso, essendo contenutivoro. Cioè, per continuare a crescere, l’OTT audio ha costantemente bisogno di nuovi contenuti non solo musicali (podcast e flussi audio in generale).

Seattle, abbiamo un problema…

Che Spotify, per la Radio, sia un grosso, grossissimo, problema, lo ha capito anche il principale aggregatore di flussi streaming radiofonici, TuneIn.

Joint venture

Il quale sta collaborando col colosso di Seattle per portare TuneIn Premium su tutti i dispositivi abilitati per Alexa.

… comune ad entrambi

L’alleanza fa parte della strategia di Amazon per affrontare Spotify (che pure è presente sui device di Amazon, così come Apple Music e – ovviamente – Amazon Music) con radio e sport in diretta.

TuneIn Premium

I possessori di smart speaker Alexa con la nuova skill avranno accesso all’intera libreria di contenuti di TuneIn Premium. Ciò include live sport, notizie e musica senza pubblicità (preroll) e ad altre offerte. In definitiva, attraverso l’applicazione pay, gli utenti potranno ascoltare MLB, NHL, sport motoristici e sport collegiali in diretta, senza pubblicità prima del flusso su CNN, FOX News Radio, MSNBC e le altre 100.000 stazioni incluse nell’aggregatore.

Dove sta la differenza?

Come noto, in precedenza era comunque possibile ascoltare le stazioni di TuneIn nella versione free attraverso gli smart speaker guidati da Alexa.
Nel premio

Tuttavia, considerato che, soprattutto negli USA, molti utenti si TuneIn si sono orientati sulla versione Premium, la joint venture sarà per loro un vantaggio.

Alexa, ascolta lo sport

Attraverso la nuova feature, gli appassionati di sport potranno ascoltare le partite della squadra preferita semplicemente con la action call: “Alexa, ascolta lo sport”. Per lanciare la partnership, TuneIn consentirà a tutti i possessori di dispositivi guidati da Alexa una prova gratuita di tre mesi.

Un po’ caro, ma…

Dopo il test, i clienti potranno abbonarsi a TuneIn per $ 9,99 al mese, mentre gli abbonati attivi avranno la possibilità di collegare i propri account per sfruttare la partnership con Amazon.

Audio on demand

“TuneIn mira ad essere ovunque si stia ascoltando. Con TuneIn Premium attraverso i device Amazon, adempiamo a questa missione e consentiamo ai clienti di entrambi un facile accesso a un ampio catalogo di contenuti premium“, ha affermato Richard Stern, CEO di TuneIn.

Uno degli sviluppi in programma

“Questo è solo uno dei tanti sviluppi che abbiamo nella nostra pipeline di prodotti nello spazio degli smart speaker guardando al futuro“, ha aggiunto il manager.

Comandi

“Grazie a questa collaborazione con Alexa, gli ascoltatori possono facilmente ascoltare i loro programmi e stazioni TuneIn Premium preferiti con un semplice comando vocale“.

Giusto in tempo

Ben Shepherd, Audio Director per Amazon Alexa, ha confermato: “Attraverso questa operazione i nostri utenti avranno ancora più modi per interagire con i contenuti audio preferiti da tutto il mondo. Giusto in tempo per la stagione del baseball, ora i clienti possono trovare e ascoltare facilmente le partite dal vivo semplicemente chiedendolo ad Alexa”.

Ecosistema dominante

TuneIn è disponibile in più di 100 paesi in tutto il mondo su una grande varietà di dispositivi connessi. La partnership con Amazon amplierà quindi la libreria di contenuti sull’ecosistema Alexa, dominante nell’area degli smart speaker.

La prova

Ora sarà interessante vedere come questa partnership aiuterà entrambi i player a contrastare l’egemonia di Spotify.

Da Greenroom a Spotify live

Che però non sta a guardare, rilanciando la sua app Greenroom (lanciata nel 2021 dopo l’acquisto di Betty Labs), che diventa Spotify live, per incentivare l’interazione con gli utenti sugli eventi live, soprattutto sportivi.

App capiente

Greenroom, app social audio che consente all’utente di ospitare o partecipare a un ambiente virtuale con audio dal vivo (chiamato stanza) per la conversazione (sul modello di Club House), evolve quindi in Spotify live. E, per l’occasione, l’attuale capienza di una sala di Greenroom, limitata a 1000 persone, sarà innalzata per favorire l’interazione.

In collaborazione con: newslinet.com

RAI propone una regione pilota per vedere l’effetto che fa

NL ha potuto esaminare un documento riservato a riguardo della vexata quaestio dello switch-off FM/DAB+. Ne daremo conto nei prossimi giorni. Intanto, però, a rinverdire il tema, ci pensa Roberto Sergio, direttore di Radio RAI, principale sostenitore proprio su queste pagine dell’opportunità per la radio di abbandonare l’analogico.

“Individuiamo una regione pilota, dove iniziarlo”, è la sua nuova proposta. “Facciamo come con lo switch off televisivo, con alcune aree regionali che hanno spento il segnale per prime, fornendo indicazioni utili per il completamento del passaggio al segnale digitale”.

90 anni di Via Asiago 10

A margine degli eventi sui 90 anni di via Asiago 10, il direttore di Rai Radio disegna un possibile scenario per una transizione graduale al digitale.

Costi energia elettrica alla stelle impongono riflessione

In occasione dell’apertura al pubblico della sede di via Asiago per i 90 anni di attività, Roberto Sergio è tornato sul tema dello spegnimento dell’FM con una “proposta concreta”. “Lo scenario attuale – ha dichiarato – con i costi dell’energia alle stelle impone più che mai una riflessione seria sullo spegnimento del segnale FM”.

Analogia

La rete analogica, come è noto, ha costi molto alti di manutenzione e di alimentazione, con un dispendio di energia elettrica “molto più importante rispetto alla rete digitale e un conseguente alto livello di inquinamento elettromagnetico”.

Transizione al digital only e spegnimento dell’FM è tema che non può più essere rimandato

“Credo che la transizione al digital only e lo spegnimento dell’FM sia un tema che non può più essere rimandato – ha continuato Sergio – . In questi giorni ho avuto dei colloqui con colleghi di altre radio e ho avuto modo di notare un inizio di convergenza di idee su questo argomento.

Individuiamo una regione d’Italia in cui completare tutti insieme la copertura del DAB+ e conseguentemente spengere l’FM

Più volte ho chiesto di sederci tutti intorno a un tavolo per definire una data di switch over e switch off. In attesa che si arrivi a una tale decisione, potrebbe essere utile ragionare in termini di regione pilota. Individuiamo una regione d’Italia in cui completare tutti insieme la copertura del DAB+ e conseguentemente spengere l’FM, coordinando tutte le attività di comunicazione e informazione ai cittadini. Poi analizziamo il feedback e ragioniamo sulle tempistiche per il resto d’Italia”.

DTT maestro: Sardegna regione pilota?

Un percorso simile, ha sottolineato Sergio, del resto “è stato realizzato in occasione dello switch off televisivo, con alcune aree regionali che hanno spento il segnale per prime, fornendo indicazioni utili per il completamento del passaggio al segnale digitale, avvenuto ormai 10 anni fa“.

In collaborazione con: newslinet.com

Analisi e prospettive del re gli OTT

L’abbiamo letto ormai ovunque: la grande perdita di abbonati di Netflix nel primo trimestre 2022 ha causato un tonfo nel valore della società in borsa, crollata del 35,12% in una sola notte. Una domanda ce la siamo posta subito: davvero un -0,09% è una grande perdita? In ogni caso, al di là del caso specifico, sembra che la bolla speculativa degli SVOD potrebbe aver iniziato a sgonfiarsi.

I numeri

Cominciamo col dire che di grande perdita non si tratta.
Un calo di 200.000 abbonati su una base di 221.800.000 è pari a -0,09%, decisamente un’inezia. Tuttavia, proviamo a mettere le cose in prospettiva.

Effetto covid? Maybe not

Utilizzando i dati di Statista, visibili nella tabella a sinistra, abbiamo elaborato un grafico che vede nella linea solida la rappresentazione della progressione degli abbonati nel periodo Q1 2013-Q4 2021 e in quella trasparente la regressione polinomiale ottenuta fermandoci al dicembre 2019 ed estrapolando i dati suvvessivi.

Non fatevi ingannare

I numeri seguenti, in rosso, sono relativi al periodo del lock-down e in effetti il motivo della regressione è di capire se davvero il Covid aveva causato un aumento anomalo degli abbonati. A nostro avviso la risposta è no, ma per non essere troppo contrarian invitiamo i lettori a farsi un’idea personale analizzando i dati.

Titolo Netflix

Possiamo ora paragonare la progressione del numero degli abbonati con quella del valore del titolo Netflix (potrebbe sembrare “mele con pere”, ma i due dati sono correlati, come vedremo), relativamente al periodo 2013-2022.

Mele e pere

Passando da 34,4 a 221,84 milioni, i “subscribers” sono aumentati del 655%. Se ci limitiamo ad analizzare l’andamento del titolo dal 2013 a fine 2021 (dunque prima del crollo) notiamo una crescita da 30,85 a 620,4 dollari/azione, pari a un incremento del 2011,0%. Ma se teniamo conto del crollo di aprile, che ha portato il valore della società a 226,2 dollari/azione, otteniamo una crescita paria al 733%.

Fine della bolla speculativa

Colpisce come questo crollo abbia allineato in modo quasi perfetto la percentuale di crescita del numero degli abbonati con quella del valore della società (+655% vs +733%) , il che ci porta a concludere che precedentemente Netflix fosse – come si usa dire – “in bolla” (e che probabilmente Warren Buffet – persona attenta ai fondamentali e non alle speculazioni – non abbia perso ieri neppure un dollaro).

E gli altri?

Mors tua, vita mea? Neppure per sogno: ben lontani da guadagnare dalle sfortune di Netflix anche gli altri OTT hanno visto un aggiustamento, con Walt Disney che ha perso il 5%, Warner Bros Discovery il 5,7% e Paramount oltre il 10%. Perfino Roku ha subito il colpo (di Netflix), perdendo ieri il 4,3% del suo valore.

Caccia agli evasori

Mentre gli analisti si stanno sbizzarrendo in numerose analisi (la più singolare quella che equipara Netflix al vecchio mondo dei packages stile Sky), più interessante ci pare l’analisi delle contromisure che dovrebbero essere prese dalla società. La prima ci ricorda la famosa “caccia agli evasori” con cui i governi italiani reiteratamente promettono di poter raddrizzare i bilanci pubblici.

Caccia alle password (condivise)

In questo caso si tratta di caccia alla condivisione delle password, pratica che secondo le stime della società è utilizzata da circa 100 milioni di “abbonati” (come dire uno su due).

Pubblicità

La seconda – più interessante – riprende l’idea di Disney: creare un nuovo piano di abbonamento più economico ma supportato dalla pubblicità. Questa la dichiarazione in merito del co-CEO Reed Hastings: “Tutti coloro che seguono Netflix sanno che sono stato sempre contrario alla complessità indotta dalla pubblicità e un grande sostenitore del modello ad abbonamento. Ma sono ancora più sostenitore della possibilità di scelta: chi vuole un prezzo più basso ed è disposto a tollerare l’advertising ha diritto a un’offerta ad-hoc“.

Forecast

Ai lettori più attenti non sarà sfuggita l’ultima riga della prima tabella pubblicata all’inizio dell’articolo. Si tratta del dato previsionale relativo al numero di abbonati a fine giugno 2022, stimati a 219,6 milioni con un’ulteriore diminuzione dello 0,90% (dieci volte superiore a quella odierna).

Underpromise…

Sbaglieremo, ma, rimanendo nell’alveo della bolla speculativa, ci sembra la classica mossa “underpromise, overdeliver”, fatta per mettersi nella posizione di poter presentare tra qualche mese risultati “superiori alle aspettative” e far riprendere la progressione del titolo. Appuntamento per una verifica ai primi di luglio.

In collaborazione con: newslinet.com

Tra poco più di due mesi il refarming della banda 700 MHz si concluderà, almeno sul piano formale

Tra poco più di due mesi il refarming della banda 700 MHz si concluderà, almeno sul piano formale. Su quello sostanziale, con contenziosi tra operatori di rete e fornitori di servizi di media audiovisivi destinati in molti casi a finire nelle aule giudiziarie come quelli con Mise ed Agcom, la strada, invece, sarà ancora lunga. E impervia. Tuttavia, vogliamo qui concentrarci su un altro riflesso del refarming: quello della Radio. A seguito della dismissione di gran parte delle frequenze VHF (ma non tutte) e della definizione del coordinamento radioelettrico internazionale, Agcom potrà finalmente approvare l’atteso Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze per la radio digitale, che consentirà al Mise di mettere a bando i diritti d’uso ai consorzi che ospiteranno le emittenti aderenti.

Le vicende della Radio nel solco di quelle della TV

Quella per l’attribuzione dei diritti d’uso sarà una procedura simile al refarming televisivo, con la sequenza che abbiamo imparato a conoscere molto bene in questi ultimi cinque anni.

Le disposizioni del TUSMAR sull’uso efficiente e pluralistico della risorsa radioelettrica, con uniforme copertura e razionale distribuzione

Ricordiamo infatti che l’art. 50 c. 5 del D. Lgs. 208/2021 (cd. nuovo TUSMAR) dispone che “L’Autorità adotta e aggiorna i piani nazionali di assegnazione delle frequenze per il servizio di radiodiffusione terrestre considerando le codifiche o standard piu’ avanzati per consentire un uso piu’ efficiente dello spettro nonché garantendo su tutto il territorio nazionale un uso efficiente e pluralistico della risorsa radioelettrica, una uniforme copertura, una razionale distribuzione delle risorse fra soggetti operanti in ambito nazionale e locale, in conformità con i principi di cui all’articolo 11. Per la pianificazione delle frequenze in ambito locale è adottato il criterio delle aree tecniche” (già impiegato per il DTT).

Coordinamento della Radio

Con la precisazione, dettata dal c. 6 del citato art. 50 del D. Lgs. 208/2021, secondo cui “Al fine di escludere interferenze nei confronti di Paesi radioelettricamente confinanti, in ciascuna area di coordinamento definita dagli accordi internazionali sottoscritti dal Ministero e dalle autorità degli Stati radioelettricamente confinanti, sono oggetto di pianificazione esclusivamente le frequenze attribuite all’Italia dagli accordi stessi.

Frequenze off limits ed aree tecniche

Le frequenze non attribuite internazionalmente all’Italia nelle aree di coordinamento definite dagli accordi internazionali di cui al presente comma, non possono essere pianificate dall’Autorità né assegnate dal Ministero. Nella predisposizione dei piani di assegnazione di cui al comma 5 l’Autorità adotta il criterio di utilizzazione efficiente e razionale dello spettro radioelettrico, suddividendo le risorse in relazione alla tipologia del servizio e prevedendo di norma reti isofrequenziali per macroaree di diffusione”.

Scelte

Il 2023 sarà quindi un anno particolarmente impegnativo per la radio sul piano tecnico-amministrativo, con l’imposizione di scelte, anche dolorose, di carattere economico-strutturale (la multipiattaforma è un processo tanto necessario quanto costoso).

L’ostacolo…

Ma all’orizzonte si profila, come ampiamente noto ai nostri lettori, un altro complicato ostacolo.
Abbiamo detto che il PNAF per la radio digitale consegue alla definizione di due fattori preliminari: il refarming della banda 700 MHz e gli accordi di generale coordinamento radioelettrico internazionale. Quest’ultimo, a sua volta, è subordinato alla risoluzione delle annose problematiche interferenziali internazionali in FM, in particolare sulla costa adriatica.

… dietro il comma

Problema marginale? Mica tanto, tanto più che, a mente dell’art. 50 c. 10 del D. Lgs. 208/2021, Agcom “adotta il piano nazionale di assegnazione delle frequenze radiofoniche in tecnica analogica, tenendo conto del grado di sviluppo della radiodiffusione sonora in tecnica digitale”.

Gli interventi di rimozione delle interferenze FM agli stati esteri

E soprattutto: “Nelle more di una effettiva diffusione della radiodiffusione sonora in tecnica digitale e dello sviluppo del relativo mercato, il Ministero, in coordinamento con l’Autorità, può procedere ad attività di ricognizione e progressiva razionalizzazione dell’uso delle risorse frequenziali in tecnica analogica in particolare al fine di eliminare o minimizzare situazioni interferenziali con i paesi radio-elettricamente confinanti, ed incoraggiare l’efficiente uso e gestione delle radiofrequenze, tutelando gli investimenti e promuovendo l’innovazione”.

Chi va Piano non va lontano

In due parole: Piano FM subito dopo quello DAB+. E quindi, anche in questo caso, pianificazione delle frequenze (ridotte almeno del 25% – ma qualcuno si spinge a ipotizzare anche il 40% – rispetto alle attuali), bandi, graduatorie e quindi ammessi ed esclusi.

In collaborazione con: newslinet.com

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