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Verso un modello di licenza Pay per Use

RTL 102.5, Radio Deejay, Radio Capital, RDS, Radio Italia, Radio Montecarlo, Radio 105, R 101, Subasio, Virgin Radio, M20, Radio Kiss Kiss, Disco Radio hanno firmato con Itsright l’accordo per il rilascio delle licenze per l’utilizzo di musica registrata nel rispetto dei diritti connessi.

Accordo quadro con Confindustria Radio Tv

“Itsright conferma, così, l’ampia adesione delle emittenti radiofoniche all’accordo quadro siglato con Confindustria Radio e TV per definire i compensi che spettano agli artisti e ai produttori discografici”, spiega la collecting in una nota inviata a NL.

Chiodaroli soddisfatto

“Siamo molto soddisfatti di questo risultato. Sia Confindustria Radio Tv che le singole radio dell’associazione hanno condiviso con noi l’esigenza di investire in modelli di business sempre più innovativi per quanto riguarda la gestione dei diritti connessi, un percorso propedeutico anche a sostenere la ripresa del settore in questo difficile momento”, ha commentato Gianluigi Chiodaroli, Presidente di Itsright.

Il modello pay per use…

“Itsright conferma, così, il proprio impegno nell’offrire modelli di licenza che corrispondono alle reali esigenze degli utilizzatori di musica, ma che, al contempo, tutelano e valorizzano al massimo il catalogo discografico dei nostri artisti e produttori, garantendo loro tempi più rapidi per gli incassi, costi ridotti e più compensi da distribuire”.

… dal 2022

Gli accordi siglati con le radio prevedono condizioni semplificate e agevolate a chiusura degli anni 2020/2021 e sono propedeutiche al passaggio a partire dal 2022 a un modello “pay per use”. “Interpretando le effettive esigenze degli operatori del settore, Itsright si propone, infatti, sul mercato con una licenza che misura l’effettivo utilizzo di musica e permette di riconoscere il giusto valore al repertorio discografico di artisti e produttori, generando in automatico ripartizioni analitiche.

Modello innovativo

Si tratta di un modello di licenza innovativo rispetto a quanto tradizionalmente proposto per la gestione dei diritti connessi: un approccio analitico nella remunerazione dei compensi di artisti e produttori che, ogni giorno, ottiene sempre più consensi presso gli operatori del settore”, conclude la nota.

In collaborazione con: newslinet.com

Ecco il quadro della situazione che nessuno racconta

Il Piano DAB+ perso per strada, ma non per colpa di Agcom. Da circa due anni è stato istituito un tavolo di confronto con i paesi adriatici per cercare un’armonizzazione delle risorse radioelettriche per i servizi di radiodiffusione televisiva e radiodiffusione sonora in tecnica digitale DAB+ per tentare di superare le ristrettezze del Piano delle frequenze cd. Ginevra 2006. E giungere al tanto atteso Piano DAB+ per l’avvio a regime della radio digitale via etere.

Piano DAB+ a Maggio 2021

Il lavoro svolto, superando non poche difficoltà e diffidenze, a maggio 2021 aveva determinato un risultato ritenuto soddisfacente per gli stati coinvolti. La firma dell’accordo avrebbe quindi dovuto concretizzarsi nel lasso di poche settimane successive. E quindi era attesa la pubblicazione del Piano DAB+ da parte di Agcom per il mese di maggio 2021.

Croazia e Montenegro

Ciò, però, non è avvenuto. Perché? E’ accaduto che due paesi europei – prima la Croazia e recentemente il Montenegro -, pur condividendo le conclusioni e la conseguente ridistribuzione delle frequenze della porzione della banda VHF III, hanno eccepito che l’accordo necessitava dell’adesione della Repubblica di San Marino. Oppure della garanzia da parte dello Stato Italiano di risolvere “internamente” la suddivisione delle risorse radioelettriche, con piena soddisfazione del Titano.

Pinocchi

In altre parole, non si fidavano dei pinocchi italiani. Visti i precedenti televisivi.

Buoi scappati dallo stallo

In realtà, non è chiaro il motivo per il quale la Repubblica di San Marino non sia stata coinvolta nella lunga trattativa a cui hanno partecipato tutti paesi frontalieri oltre ad osservatori come la Bosnia e la Serbia.
Sta di fatto che, allo stato, la situazione è in stallo e non si prevede una rapida soluzione.

Condicio sine Piano DAB+ non

L’accordo con gli stati adriatici è la condicio sine qua non per la corretta pianificazione del servizio di radiodiffusione sonora in tecnica digitale DAB, peraltro impossibile con il solo utilizzo delle frequenze per questo servizio assegnate all’Italia con il Piano interferenziale di Ginevra 2006.

Risorse scarse. Anzi, insufficienti

Risorse così esigue che – come noto – non permettono neppure la previsione di reti nazionali private e pubbliche in tutte le regioni.

Mistero ministero

Peraltro, il ritardo di cui sopra, mal si concilia con quanto sostenuto dai massimi dirigenti del Dipartimento delle Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico in molteplici occasioni sia a livello nazionale sia, e soprattutto, in ambito internazionale.

Superamento diatribe interferenziali

E ciò allorquando è stata più volte rappresentata la necessità e l’urgenza della pianificazione delle frequenze per la radiofonia analogica FM, al fine di superare situazioni interferenziali tra le imprese radiofoniche italiane, pubbliche e private che per l’appunto operano sull’intera porzione FM e le nazioni confinanti, in particolare quelle adriatiche.

FM e DAB+: connessione sbagliata

In dette circostanze, il Ministero per lo Sviluppo Economico ha affermato di poter iniziare un lungo cammino di risoluzione dei predetti problemi interferenziali solo dopo una corretta pianificazione del servizio radiofonico digitale DAB, pianificazione che, si ripete, ad oggi è completamente in stallo.

TUSMAR

Circostanza che ha condotto al corto circuito nell’ambito della riforma del TUSMAR (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici) che NL ha svelato nei giorni scorsi e sul quale, forse, ora si farà un opportuno dietro front.

Atti propedeutici al Piano DAB+

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che ha partecipato come uditore al negoziato, ha convocato, nei mesi scorsi, gli operatori di rete per la radio digitale DAB, illustrando loro la possibile pianificazione per questo servizio a seguito delle attività di coordinamento.

Le forche del refarming della banda 700 MHz

Da parte degli operatori di rete radiofonica, sia nazionali che locali, vi è stato notevole apprezzamento per il lavoro svolto e ciò, in considerazione anche delle tempistiche prospettate, ha indotto gli stessi a sviluppare e avviare piani di investimento per poter procedere all’avvio del servizio ordinario nel corso del prossimo anno. Vale a dire a conclusione del processo di refarmig della banda 700 MHz.

Siamo all’impasse

L’attuale impasse è dunque molto grave e si rivelerebbe oltremodo dannosa per il sistema radiofonico. Metterebbe in discussione, infatti, un pacchetto unitario di disposizioni, non solo volte a razionalizzare l’uso dello spettro frequenziale, ma che hanno visto anche l’introduzione dell’obbligatorietà di vendita al pubblico, ormai in vigore dal 1° gennaio 2020, di apparati atti alla ricezione della radiodiffusione sonora digitale DAB+.

Al passo

Quest’ultima prescrizione ha posto l’Italia all’avanguardia nel mondo e al passo con i più avanzati stati europei in termini di penetrazione e diffusione della tecnologia digitale.

Rischio vanificazione degli sforzi

In questo scenario di modernizzazione, ogni eventuale ritardo vanificherebbe tutti gli sforzi fino ad oggi profusi e rischia di creare un danno irrimediabile per l’attività radiofonica che, come noto, ha una tradizionale difficoltà economica per la esiguità del mercato pubblicitario di riferimento.

In collaborazione con: newslinet.com

La follia dell’art. 50 c. 10 della riforma del TUSMAR che destabilizzerebbe il settore

La sensazione, inquietante, è che la gestione politica della diffusione della radio via etere rischi di sfuggire di mano. Il contenuto dell’art. 50 c. 10 della controversa bozza di revisione del TUSMAR (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, per cui è prevista un’audizione degli operatori oggi e che NL ha potuto esaminare) – all’evidenza di genesi meramente accademica – recita: “L’Autorità adotta il piano nazionale di assegnazione delle frequenze radiofoniche in tecnica analogica in modo coordinato con il piano di assegnazione delle frequenze radiofoniche in tecnica digitale“.

Pianificazione tardiva

Cosa significano queste poche parole apparentamente innocue, ancorché profondamente anacronistiche (pianificazione FM con 45 anni di ritardo dalle prime ipotesi e a 31 anni dalla L. 223/1990 che ne aveva codificato la previsione)?

Combinato

Per comprenderle, occorre combinare il contenuto del c. 10 coi cc. 5 e 6 dell’art. 50 della bozza di revisione del TUSMAR. Il primo (c. 5) stabilisce che “L’Autorità adotta e aggiorna i piani nazionali di assegnazione delle frequenze radiofoniche e televisive in tecnica digitale, garantendo su tutto il territorio nazionale un uso efficiente e pluralistico della risorsa radioelettrica, una uniforme copertura, una razionale distribuzione delle risorse fra soggetti operanti in ambito nazionale e locale, in conformità con i principi del presente decreto.

Coordinamento internazionale

Al fine di escludere interferenze nei confronti di Paesi radioelettricamente confinanti, in ciascuna area di coordinamento definita dagli accordi internazionali sottoscritti dal Ministero dello sviluppo economico e dalle autorita’ degli Stati confinanti in attuazione della decisione (UE) 2017/899, del 17 maggio 2017, di cui al comma 1026, sono oggetto di pianificazione esclusivamente le frequenze attribuite all’Italia dagli accordi stessi. Le frequenze in banda III VHF sono pianificate sulla base dell’Accordo di Ginevra 2006 e di successivi accordi internazionali sottoscritti dal Ministero dello sviluppo economico, per la radiofonia digitale e, ove necessario, per il servizio televisivo digitale terrestre.

Off limits

Le frequenze per il servizio televisivo digitale terrestre, in banda III VHF e 470-694 MHz, non attribuite internazionalmente all’Italia nelle aree di coordinamento definite dagli accordi internazionali di cui al presente comma, non possono essere pianificate dall’Autorità ne’ assegnate dal Ministero”.

Risorse

Il secondo (c. 6) recita: “Nella predisposizione dei piani di assegnazione di cui al comma 5 l’Autorità adotta il criterio di migliore e razionale utilizzazione dello spettro radioelettrico, suddividendo le risorse in relazione alla tipologia del servizio e prevedendo di norma per l’emittenza nazionale reti isofrequenziali per macro aree di diffusione”.

Coordinamento

Ciò posto, cosa potrebbe intendere il legislatore con “coordinamento” tra Piano digitale e Piano analogico?

Switch off FM/FM

Che anche le risorse FM (ma solo quelle coordinabili a livello internazionale a mente del c. 5, tenuto conto che solo quelle RAI allo stato lo sono) debbano essere suddivise in relazione alla tipologia del servizio e prevedendo di norma per l’emittenza nazionale reti isofrequenziali per macro aree di diffusione? Cioè un azzeramento delle attuali occupazioni con contestuale riassegnazione come avvenuto con il digitale terrestre? Uno switch-off non tra FM e DAB+, quindi, ma tra attuale utilizzo della FM e futuro impiego della stessa in maniera coordinata.

Switch off FM/DAB+

Oppure che allo sviluppo del DAB+ debba fare da contraltare lo spegnimento dei trasmettitori FM territorialmente sovrapposti?

Azzardo a favore degli OTT

In entrambi i casi, si tratterebbe di un azzardo tecnologico, foriero di una inevitabile destabilizzazione del sistema radiofonico. Più di quanto stia già facendo la concorrenza delle piattaforme di streaming on demand sul mercato pubblicitario anche locale.

Switch-off FM/FM, Switch-off FM/DAB+, switch-over FM/DAB+

In realtà, l’unica soluzione adottabile con raziocinio è incentivare lo switch-over, cioè il passaggio naturale e progressivo da FM a DAB+ senza colpi di testa e di coda. Lasciando così com’è l’occupazione della modulazione di frequenza, fino al suo naturale disimpegno o riutilizzo (magari proprio per lo sviluppo della radio digitale via etere, che sarebbe l’Uovo di Colombo).

Data limite?

E, per evitare che – come sta accadendo in qualche paese europeo – ciascuno possa andare per la propria strada, fissando una data di partenza (non di termine!) degli spegnimenti FM, compatibile con gli sviluppi tecnologici e di mercato. Quale? La buttiamo lì: il 2030.

In collaborazione con: newslinet.com

TikTok cresce del 325% e in USA supera anche Facebook

Comscore: TikTok registra una crescita del 325% sul tempo speso in app; nonostante il boost dei lockdown, Netflix rimane invece indietro nella classifica.

Alti e bassi

Come già visto in precedenza, il 2020 ha segnato un cambio di direzione nei consumi e nelle abitudini di fruizione del pubblico. Dalla crescita esponenziale delle sottoscrizioni ai servizi OTT, al boom dell’e-commerce, fino a dati meno positivi, come il crollo degli investimenti pubblicitari che hanno caratterizzato la TV e il settore Out-Of-Home advertising (OOH).

Un aspetto trasversale

La situazione sopra delineata fa riferimento a specifici settori, presi come sistemi a sé stanti. Esiste però un aspetto trasversale, indipendente dal comparto preso in esame, ma al contempo condizione indispensabile per la fruizione. Dai social agli OTT, infatti, l’accesso ai servizi è legato al download di app, siano esse per dispositivi mobile, smart tv o PC. Proprio questo tipo di software ha beneficiato di una crescita esponenziale nel 2020.

218 miliardi le app scaricate nel 2020

Sono state oltre 218 miliardi le applicazioni scaricate lo scorso anno, in aumento del 7% rispetto al 2019, mentre il volume di spesa negli app store è aumentato del 20%, arrivando a 143 miliardi di dollari. Anche le ore trascorse in app per ogni utente sono aumentate del 20%, per un totale medio di 4,2 ore, una cifra, in alcuni stati, più alta di quella riguardante la tv.

L’analisi dell’App Annie

La piattaforma di classificazione e analisi delle applicazioni, App Annie, ha reso noto – nel rapporto State of mobile 2021 – che il 2020 è stato l’anno con più download di sempre. Non solo, il settore ha visto una crescita così importante da fare un salto in avanti di due anni rispetto alle stime previste.

TikTok cresce del 325% per tempo speso in app

A fare da traino al mondo delle app, come sempre, i social e in particolare TikTok. L’app cinese, infatti, ha visto aumentare del 325% le ore medie per utente e si appresta, secondo stime, a raggiungere 1,2 miliardi di iscritti (attualmente sono 689 milioni).

TikTok nel mondo e in Italia

Tik Tok è arrivato a superare anche Facebook negli Stati Uniti per tempo speso a utente. Mentre in Germania e Regno Unito primeggia per utenti attivi. Nel nostro Paese, invece, il social è ancora dietro a Facebook sia per utenti unici che per tempo speso, ma al contempo, i numeri sono in rapida crescita.

Facebook

Il social di Mark Zuckerberg resta la prima app per tempo speso, mentre per utenti unici rimane al quinto posto. Anche gli altri servizi di proprietà di Facebook ottengono importanti risultati, come Whatsapp che con 31 milioni di utenti è l’app più scaricata e la seconda per tempo di utilizzo.

Spotify

Nella classifica sopra citata (stilata da Comscore) compaiono anche Spotify e Netflix, ma solo per quanto riguarda il tempo speso in app. I due servizi di streaming, infatti, non riescono a entrare nella top ten delle applicazioni per utenti unici.

Netflix

Netflix segna il risultato peggiore tra le prime dieci app per tempo speso. Un dato che sembra quasi paradossale, visto il boom dei servizi streaming conseguente alla pandemia. Sicuramente, sul risultato dell’OTT ha inciso (anche) il pagamento di un abbonamento per l’accesso ai contenuti. Condizione non richiesta per fruire della libreria di Spotify, che si è invece piazzato al quinto posto della classifica delle app per tempo speso.

Il modello di TikTok si adatta ai nuovi bisogni dell’utente

Dai dati sull’utilizzo e il download di app, si conferma la grande importanza dei social network nei consumi degli utenti. Non più ormai solo come strumento di connessione, ma come mezzo di svago, intrattenimento e informazione.
La varietà di contenuti proposta, l’accesso gratuito e la tipologia di fruizione, fanno dei social un medium tutt’ora insuperabile quanto a user experience.

Soglia di attenzione bassa premiante

L’interazione proposta da TikTok, soprattutto, basata su prodotti velocemente consumabili, si sta rivelando sempre più vincente, vista la sempre minor soglia di attenzione massima dimostrata dagli utenti, come testimoniato anche dalla tolleranza sempre più bassa verso gli spot che superano i 5 secondi.

In collaborazione con: newslinet.com

Si può finalmente parlare di ripresa post Covid. Quasi recuperati i livelli 2019

La raccolta nel settore televisivo cresce sensibilmente rispetto all’anno scorso. La ripresa c’è. E i dati lo confermano: la tv resta un mezzo fondamentale per la pubblicità. Ma se si pongono i numeri a confronto del 2019, quale è il quadro?

Ripresa

Come trattato in un recente articolo, il mercato pubblicitario è in fermento e i primi mesi del 2021 hanno visto grandi crescite su quasi tutti i media.

La ripresa del settore televisivo

La tv è stata uno dei mezzi che ha registrato le crescite più importanti, confermandosi prima nei cinque mesi, con il 30,4% in più rispetto al 2020. Riguardo al mese di maggio, altri media hanno visto incrementi più importanti (come la radio e i quotidiani), ma la tv ha comunque segnato un +79,1%.

Il giro d’affari

La crescita di gennaio – maggio 2021 equivale, in cifre, a un giro d’affari di 1,6 miliardi di euro. Mentre per quanto riguarda il solo mese di maggio, l’incremento percentuale registrato corrisponde a 399,3 milioni di euro.

I privati crescono di più

Il servizio pubblico performa tuttavia meno, rimanendo al quarto posto, molto indietro rispetto ai competitor. Situazione diversa dal punto di vista del mercato pubblicitario televisivo nel complesso. Qui, Rai, seppur con gran distacco, è seconda solo a Mediaset.

Sky

Bisogna poi considerare che Sky ha registrato le crescite maggiori del settore sulla raccolta pubblicitaria. La pay tv ha infatti incassato 205,4 milioni di euro, +38,5% rispetto al 2020, pari al 12,7% del mercato complessivo.

Mediaset

Per quanto riguarda invece il gruppo di Berlusconi, è stata registrata una crescita del 34%, equivalenti a 892,4 milioni di euro. Mentre, relativamente al mercato pubblicitario nel suo complesso, Mediaset ricopre la posizione più rilevante, con una quota del 55,2%.

Discovery

Guardando poi alla raccolta pubblicitaria di Discovery, si è osservato un aumento del 31,6%, corrispondente a un totale di 103,6 milioni di euro. La posizione del gruppo nel mercato pubblicitario è invece limitata al 6,4%.

Rai

Come anticipato, Rai non ha beneficiato di percentuali di crescita generose come quelle degli altri operatori del settore. Il servizio pubblico, però, ha comunque visto la propria raccolta pubblicitaria arrivare a 339,5 milioni di euro, il 20,1% in più rispetto allo scorso anno. La quota di Rai nel mercato è del 21%.

La7

Passando alla rete di Urbano Cairo, essa ha visto crescere la propria raccolta del 18%, arrivando a quota 74,9 milioni di euro. Nel complesso, invece, gli investimenti pubblicitari di La7 valgono il 4,6% del mercato.

Quasi raggiunto il 2019

I numeri della prima parte del 2021 sono ampiamente positivi, come era prevedibile, vista la decrescita pesantissima avvenuta nel 2020. Prendendo il 2019 come riferimento, però, la crescita importante avvenuta in questi sei mesi non viene meno, quantomeno a riguardo del trend di recupero. Infatti, analizzando i numeri sulla raccolta dei network qui riportati, si vede come le perdite registrate lo scorso anno siano state quasi del tutto recuperate. Nel 2019, infatti, il totale sulla raccolta pubblicitaria sui primi sei mesi era stato di 1,64 miliardi di euro, mentre nel 2021 è di 1,61. Una decrescita, dunque, dell’1,62%: numeri limitati che mostrano come il settore sia effettivamente in ripresa.

Strumento fondamentale per gli investitori

Nonostante le incertezze legate a pandemia e nuovi competitor, il settore televisivo si conferma un importante strumento per gli investitori. I numeri della raccolta testimoniano la fiducia nel mezzo e al contempo le potenzialità che, una volta compiuta la ripresa, questo può esprimere.

In collaborazione con: newslinet.com

PwC prevede una crescita importante per il settore dell’intrattenimento, ma i media tradizionali sono sempre più in calo

PwC prevede una crescita importante per il settore dell’intrattenimento, ma i media tradizionali sono sempre più in calo.

Le stime di PwC

Dopo le contrazioni subìte dal settore a causa del Covid, le stime per l’industria dell’intrattenimento prevedono una crescita del 5% nei prossimi anni. Pwc, infatti, ha calcolato che dal 2020 al 2025 il mercato arriverà a toccare un volume d’affari di 2.592 miliardi di dollari.

PwC Global Entertainment & Media Outlook 2021-2025

Il rapporto stilato da PwC ha stimato una crescita di circa un miliardo di dollari ogni anno. Un trend che porterà nel 2025 a totalizzare una crescita di 5 miliardi rispetto ad oggi. Anche la spesa consumer è prevista in crescita sugli stessi livelli (+4,4% annuo), mentre per il 2020 la percentuale è stata negativa (-2% rispetto al 2019).

Raccolta

Bene anche la raccolta pubblicitaria: secondo PwC, infatti, questo comparto dovrebbe aumentare del 6,5% mediamente ogni anno. La base di partenza sono i 582 miliardi di dollari registrati nel 2020, in discesa dell’8% rispetto al 2019.

I top player

Tra i vari segmenti del settore dell’intrattenimento, le crescite più importanti sono state registrate da quelli legati alle nuove tecnologie. Infatti, in testa alla classifica si trova la realtà virtuale (+31,6%), seguita da video OTT (+26%) ed Esports (+14,7%).

Le guide dello sviluppo

Questi settori saranno quelli che guideranno la crescita del mondo dell’entertainment. Da qui ai prossimi 5 anni, infatti, è previsto un aumento del 30,3% per la realtà virtuale, che arriverà così a un valore di 6,9 miliardi di dollari. Il video OTT, invece, supererà i 93 miliardi, con un incremento del 10%.

Meno crescita, più valore

La raccolta pubblicitaria, invece, a fronte di stime di crescita limitate rispetto agli altri settori (+7,7%), arriverà a cifre esponenzialmente più alte. Infatti, l’adv, entro il 2025, dovrebbe valere 487,9 miliardi di dollari.

Svod

Per il comparto dello streaming video, che ha beneficiato delle situazioni di lockdown, sono attesi ulteriori sviluppi in positivo. PwC, infatti, prevede un aumento delle sottoscrizioni alle piattaforme svod pari al 10,6% annuo, fino al 2025, arrivando così a totalizzare un valore di 8,3 miliardi di dollari.

Le parole di PwC Italy

Non per tutti le stime sono al rialzo, però. Per i media tradizionali, infatti, sono previste perdite nei prossimi anni. La contrazione dovuta al Covid è solo l’ultima sfida del settore, che già si trovava in difficoltà da tempo, come ha affermato anche Maria Teresa Capobianco, tmt consulting leader di PwC Italy “Le misure adottate durante l’emergenza sanitaria hanno intensificato trend già esistenti”.

Le difficoltà dei media tradizionali

Carta stampata, tv tradizionale e home video avranno sempre più difficoltà a competere in un settore che si sposta sempre più su fruizioni legate alle logiche del web. Secondo Capobianco, infatti “Il consumatore finale ha fatto dei servizi sul web e dell’e-commerce una priorità” per questo “La battaglia tecnologica portata avanti a colpi di intelligenza artificiale e connettività sarà il perno strategico per differenziarsi”.

In collaborazione con: newslinet.com

Distribuzione (CDN) streaming partite serie A stagioni 2021-2024

Con la delibera n. 206/21/CONS, l’Autorità ha adottato un atto di indirizzo generale, per DAZN e gli OAOs (Other Authorised Operators), per il corretto dimensionamento e la dislocazione geografica della rete di distribuzione (CDN) delle partite di calcio di serie A per le stagioni 2021-2024 in live streaming.

Gli sforzi

Ai sensi e per gli effetti dell’atto di indirizzo adottato (qui il documento integrale), DAZN e gli OAO dovranno porre in essere ogni sforzo per assumere condotte in conformità i seguenti indirizzi tecnici.

Modalità tecnico/operative di distribuzione del traffico

Il primo indirizzo fornito dall’atto prevede che le modalità tecnico/operative di distribuzione del traffico all’interno della rete degli operatori devono essere definite prima dell’avvio della prossima stagione calcistica di serie A, ed includere una modalità di gestione di eventuali fault e malfunzionamenti.

Il caso degli OAO di medie dimensioni (15%)

Nel caso di OAO con copertura nazionale di media dimensione (dell’ordine del 15% di BB market share), prima dell’avvio della distribuzione in live streaming della prossima stagione calcistica di serie A, la modalità di distribuzione del traffico deve essere basata anche su apparati di caching (la c.d. “DAZN Edge”) distribuiti geograficamente in un numero adeguato di PoP degli OAO che gestiscano una quota non residuale e congrua del traffico complessivo del servizio; nel caso di market share inferiore il dimensionamento è ridotto proporzionalmente in funzione della quota di mercato dell’operatore interessato.

Soluzioni alternative

È fatta salva la possibilità per gli operatori di individuare, successivamente all’avvio dei servizi di live streaming del campionato di calcio, soluzioni tecniche alternative, anche a livello di protocolli di trasporto, che consentano la trasmissione dei contenuti richiesti verso i destinatari del servizio evitando
duplicazioni dell’informazione ad ulteriore garanzia dell’integrità delle reti e dei servizi su di esse forniti.

Autorità vigilante

L’Autorità vigilerà sulle decisioni e iniziative assunte verificando che DAZN e gli OAO raggiungano un accordo adeguandosi alle previsioni di cui al comma 1 dell’atto di indirizzo.

Comunicazioni entro 15 gg.

Gli operatori interessati dal provvedimento dovranno comunicare all’Autorità, entro 15 giorni dalla sua pubblicazione, gli sviluppi negoziali in relazione alla realizzazione della DAZN Edge e ai piani di instradamento del traffico.

Riserva di intervento in via d’urgenza di Agcom

L’Autorità si riserva di intervenire anche in via d’urgenza, laddove dovessero sussisterne i presupposti, al fine di promuovere un corretto confronto concorrenziale e scongiurare eventuali disservizi di rete e, per l’effetto, evitare il degrado della qualità del servizio di accesso ad Internet per tutti gli utenti finali.

In collaborazione con: newslinet.com

I radiofonici rischiano di perdere il treno della riforma

Quando abbiamo letto alcuni dei contributi che formano il dossier radiofonico della riforma del Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici Digitali (TUSMAR), non volevamo credere ai nostri occhi. Tanto che ce li siamo stropicciati ed abbiamo dato attenta rilettura. Tutto vero, invece. E purtroppo. Vediamo cosa è successo. Anzi, cosa sta succedendo; posto che, forse (e speriamo), i giochi non sono ancora conclusi.

Matrioske

Partiamo da un dato di fatto: il sistema media italiano soffre di nanismo di scala. I superplayer mediatici sono nani verso gli OTT. Il sistema radiofonico italiano, da sempre, vive – sotto il tavolo – delle briciole cadute dal (sempre meno) lauto pasto dei player tv. Gran parte delle radio locali italiane sopravvive (sempre più) miseramente nell’ombra di quelle nazionali.

Nanismo imprenditoriale

La causa del nanismo imprenditoriale diffuso è da tutti questi soggetti (fuori dagli OTT) da sempre addebitato – in particolare dalle rappresentanze di categorie (in verità sempre meno rappresentative) – ad una regolamentazione anacronistica ed imbrigliatrice. Che, con lacci e lacciuoli ormai scollegati dalla realtà fattuale (e in certi casi anche giuridica), impedisce l’attività in un mercato sempre più competitivo.

Anacronismo giuridico

Dato di concetto: se nel linguaggio comune l’anacronismo è una disfunzione cronologica, nel mondo giuridico esso si manifesta allorché la norma si presenta in contrasto con l’evoluzione dell’ordinamento. Una circostanza, questa, che può condurre sino all’illegittimità sopravvenuta del dato normativo.
Obiettivo di un T.U.

E, infatti, tra i compiti di un Testo Unico (quale è il TUSMAR, quindi) c’è proprio quello di correggere gli anacronismi giuridici.

TUSMAR

E nel TUSMAR di anacronismi ce ne sono tanti. Troppi.
Uno, macroscopico (che spesso abbiamo portato in evidenza su queste pagine), è l’art. 2, comma 1, lettera v) del D. Lgs. 177/2005 (il formante giuridico del T.U.), che stabilisce l’ambito locale radiofonico, fissandolo fino a 15 mln di abitanti (inclusa la copertura di soggetti controllati o collegati). La stessa fonte normativa, alla lettera z), connota l’ambito televisivo locale in “uno o piu’ bacini, comunque non superiori a dieci, anche non limitrofi, purché con copertura inferiore al 50 per cento della popolazione nazionale“. Una evidente quanto ingiustificata discriminazione.

Prandi: fissare paletti ha davvero poco senso

Due settimane fa avevamo chiesto ad un importante editore locale, Gianni Prandi della superstation Radio Bruno, se avesse ancora senso la distinzione (ormai spesso solo amministrativa) locale/nazionale?

“Dipende cosa si intende per Radio Locale”, ci aveva risposto Prandi. “Se si intende una radio che cerca di parlare ed essere presente nel territorio che copre, allora sicuramente sì. La distinzione invece classica la intendo superata dai fatti. Ci sono molte radio cosiddette locali che coprono molte regioni, a volte quasi tutte. Se poi aggiungiamo il discorso web, che ormai tutti hanno, credo che sia illogico fissare paletti che ormai hanno davvero poco senso“. Un discorso di buon senso, all’evidenza.

Normalizzazione, finalmente

Quindi, ci si sarebbe attesi che la proposta di normalizzare la dimensione diffusiva di una radio locale via etere rispetto a quella di una televisione locale nell’ambito della revisione del TUSMAR fosse salutata da tutti (editori nazionali e locali) come un segnale di adeguamento ai tempi ed al mercato. Prima che una indispensabile correzione di una stortura giuridica.

E invece no

Nell’ambito dell’audizione pubblica sul riordino del TUSMAR in attuazione della direttiva (UE) 2018/1808, una serie di radio locali ha invece contestato al ministro allo Sviluppo Economico Giorgetti ed alla sottosegretaria Ascani la normalizzazione della diffusione radiofonica verso quella televisiva.

La motivazione?

La motivazione opposta dai radiofonici locali contrari alla possibilità di una (propria) crescita è che l’estensione della dimensione diffusiva sarebbe poi sfruttata dalle radio nazionali. Le quali, così, concorrerebbero sul mercato pubblicitario attraverso ulteriori reti paranazionali.
Al di là, della contorsione del ragionamento (per dirla alla fiorentina: “Si fa come quello che si tagliò i’ cinci pe’ fa’ dispetto alla moglie“) che dovrebbe fa drizzare le antenne, per rimanere in tema, a rendere ancora più paradossale la questione c’è un altro fatto. Si fa come quello che si tagliò i’ cinci pe’ fa’ dispetto alla moglie

Cioè che, a lamentarsi, a quanto risulta dai documenti che abbiamo esaminato, ci sarebbero anche alcune radio nazionali. Le quali, pur gestendo nei loro gruppi radio locali che con la riforma potrebbero crescere, sono spaventate dal fatto che alcune superstation potrebbero svilupparsi oltre gli attuali limiti. Si fa come quello che si tagliò i’ cinci pe’ fa’ dispetto alla moglie.

Sensitivi

La nostra sensazione, in realtà, è che, da una parte, ci siano pesanti strumentalizzazioni delle radio locali direttamente dal loro interno e, dall’altra, non ci siano affatto idee chiare ed innovative sul futuro mediatico da alcuni editori nazionali.

L’illuminazione di Giorgetti ed Ascani

Ora speriamo che il ministro Giorgetti e la sottosegretaria Ascani, che nei giorni scorsi si sono mostrati lungimiranti verso la necessità di evitare lo tsunami del sistema tv locale attraverso uno switch-off troppo ravvicinato ed un bando FSMA a metà agosto – esigenza esaltata fino allo sfinimento dalla nostra testata, cui si erano accodate le associazioni di categoria (e non viceversa, è opportuno evidenziarlo ai deboli di memoria) – siano altrettanto “illuminati” in tema di “illuminazione radiofonica”. Non facendosi condizionare da retaggi da medioevo radiofonico. O da interessi apparenti di radio locali.

In collaborazione con: newslinet.com

Utilizzato nel mondo intero da parte di governi centrali per spiare attivisti e giornalisti

È apparsa su molte testate internazionali la notizia che il software “israeliano” Pegasus sarebbe stato utilizzato in molti paesi per controllare e spiare oppositori politici e attivisti nel campo dei diritti umani. Tra le vittime anche alcuni capi di stato. Ma chi è la società che ha prodotto Pegasus e come opera?

Pegasus

Pegasus è un insieme di strumenti e programmi che si auto-installano nei telefoni dei target a insaputa degli utilizzatori e che vengono normalmente definiti trojan o spyware. La società autrice del software si chiama “NSO Group” e – da quanto racconta Amnesty International nella sua approfondita analisi – è un’organizzazione piuttosto oscura e non sottoposta al controllo di alcuna autorità garante.

NSO Group

Il nome esatto della società è NSO Group Technology Ltd. Fondata nel 2010 a Herzliya, poco a nord di Tel Aviv, ha come obiettivo dichiarato la creazione di software destinato alle agenzie che combattono il terrorismo internazionale.

Investitori internazionali

Nel 2014 NSO Group ha visto un importante investimento da parte della società di equity “San Francisco Partners” che ha rilevato il 70% delle azioni per 115 milioni di dollari. Operazione non semplice da decifrare, visto che contemporaneamente i fondatori di NSO creano una nuova società, di nome Q Cyber Technology con lo scopo di acquisire il pacchetto di maggioranza di NSO.

Caymani

Successivamente una ulteriore società, OSY Technology SARL con sede nelle isole Cayman, diviene l’unica proprietaria delle azioni di Q Cyber Technology; ed è proprio questo il veicolo utilizzato da San Francisco Partner per ottenere il controllo di NSO (tramite le varie scatole intermedie).

La complessità cresce

Tutto finito? Per nulla. La struttura cresce e si complica negli anni successivi. Vi rimandiamo al rapporto di Amnesty per tutti i dettagli, facendo solo notare che apparentemente sono state create aziende controllate in molti dei paesi oggi accusati di aver utilizzato Pegasus per fini politici (o in quelli confinanti).

Buyback

Nel 2019 i fondatori di NSO group annunciano il riacquisto della compagnia da San Francisco Partner. La struttura risultante è rappresentata da un insieme di box e connessioni talmente intricata che evitiamo di riportarla in questo articolo (per chi fosse interessato: diagramma 7 a pagina 58 del documento di Amnesty).

Come funziona Pegasus?

Come nel caso della struttura societaria di NSO, anche il funzionamento di Pegasus ha avuto notevoli sviluppi nel tempo. Partendo dal classico sistema degli SMS non sollecitati che iniettano codice nel sistema operativo (IOs di Apple nei casi analizzati) si è passati all’utilizzo di falle nell’applicazione Photos e anche a sconosciuti bug in iMessage.

Infettarsi con una semplice ricerca

In tutti i casi il codice inserito utilizza un intricatissimo network di siti per canalizzare informazioni estratte dal portatile della vittima. In un esempio analizzato da Amnesty, una semplice ricerca utente su yahoo.fr o l’accesso al sito online di le Parisien vengono redirette ad un sito di nome freexxxdownloads.com (dove xxx sono tre cifre). Sito che contiene il codice incriminato.

Il ruolo dei database

Un particolare interessante: tutte queste operazioni vengono normalmente registrate in alcuni database relazionali interni all’iPhone. Pegasus riesce in genere a cancellare le tracce di queste operazioni, ma in alcuni casi (per errori di programmazioni) sono state lasciate situazioni incoerenti nel database stesso, permettendo a chi sa cosa cercare di identificare l’accaduto.

Inconsistenze

Un database relazionale è infatti composto da numerose tabelle messe in relazione da campi comuni: la presenza di una certa informazione in una tabella implica la presenza di numerose altre informazioni nelle tabelle correlate. È proprio la mancanza di questa corrispondenza che ha permesso ad Amnesty di identificare con certezza la manomissione.

Un network di oltre 600 siti

Impressionante il network di falsi siti creati da NSO a supporto del funzionamento del sistema di spionaggio: ne abbiamo contati oltre seicento, registrati per lo più in Europa e spesso con nomi insospettabili, quali telecom-info.com, starbuckscoffeeweb.com o hotels-review.org (che consigliamo di non visitare). Nessun sito con nomi afferenti all’area del porno, a dimostrazione di una certa etica da parte di chi li ha ideati.

La risposta di NSO

La risposta ufficiale di NSO a queste denunce è apparsa nell’area news del sito ufficiale il 18 luglio. La società nega ogni utilizzo illecito del proprio software, creato – scrive – al solo scopo di salvare vite e prevenire atti di terrorismo. In particolare nessuna prova esisterebbe del suo utilizzo nella vicenda dell’assassinio del giornalista Kashoggi, mentre è certo – conclude – che l’utilizzo di Pegasus ha contribuito a sgominare bande di pedofili, proteggere spazi aerei e perfino (affermazione davvero sorprendente) a “individuare sopravvissuti bloccato nelle macerie di palazzi crollati”.

Come proteggersi da Pegasus (e simili)

Inutile la solita ricetta “aggiornare il sistema operativo”. Nei documenti qui illustrati si trovano infatti degli epxloit attivi anche con le ultimissime release dei sistemi operativi IOs e Android. Chi volesse dunque proteggersi da Pegasus (e altri possibili sistemi analoghi) non ha che una strada: lasciare a casa lo smartphone e portare sempre con sè un cellulare non-smart stile anni ’90 (i famosi feature phone), quali i vari modelli retro di Nokia. O magari un genuino Razr, ancora piuttosto trendy dopo due decenni di vita.

In collaborazione con: newslinet.com

Parte TuneIn, che conclude una jv con TripleLift

Coi preroll si butta l’acqua sporca ed il bambino: non si ascolta la pubblicità audio e si salta la stazione radiofonica? Uno scenario che spaventa inserzionisti ed editori e mette in difficoltà concessionarie e centri media. Solo i messaggi di 5 secondi sembrano superare la soglia di tolleranza dell’utenza. Diverso il caso di display e annunci video, che invece mostrano riscontri positivi da ascoltatori e mercato. Per questo il top player dello streaming audio radiofonico TuneIn ha siglato un accordo con la compagnia di digital adv Triplelift.

Annunci video su TuneIn by Triplelift

Triplelift, una delle società di tecnologia pubblicitaria ermegenti e TuneIn, il maggiore aggregatore di flussi streaming radio del mondo (anche se, ormai, non certamente il più evoluto sul piano tecnico) hanno siglato un accordo per la commercializzazione della pubblicità video.

La tecnologia Tripelift

“Grazie a un’integrazione semplice ed efficiente con Triplelift, abbiamo riscontrato risultati quasi immediati con i loro formati video nativi e brandizzati. Infatti, i completion rates dei branded video sono mediamente superiori al 60%, confermando così il gradimento dell’utenza”, ha commentato Rob Deichert Chief Revenue Officer di TuneIn.

Stop pre-roll…

L’iniziativa di TuneIn mira, all’evidenza, ad arginare l’insofferenza del pubblico per i pre-roll audio, considerati fastidiosi ed eccessivamente lunghi, nonostante siano stati nel tempo ridotti dagli insopportabili 30 secondi agli attuali 20 o 15 secondi.
Stigmatizzazione

D’altro canto, su queste pagine abbiamo più volte stigmatizzato il preroll e le difese che pure abbiamo ospitato da parte di alcuni player italiani del digital adv non ci hanno pienamente convinto.

5″ max

Non a caso, i più recenti test comportamentali hanno mostrato come l’unico preroll considerato non invasivo è quello di 5 secondi, non avendo gli annunci di 10 secondi superato la soglia dello skip. Una durata che lascia però perplessi i pubblicitari, consapevoli che in 5 secondi può al più essere richiamato un brand e non lanciato un prodotto.

… roll out fomati video nativi e brandizzato

Diverso il caso del display (l’annuncio ad immagine che compare sul device in occasione dell’avvio dell’applicazione o durante l’interazione, come per esempio col cambio di stazione), considerato nettamente meno fastidioso.

Engagement

Ancora diverso è l’impatto dell’annuncio video, che, se dotato di capacità di engagement per profilazione, contenuto e varietà (cioè numero di soggetti dello spot alternati), non è sgradito. Torneremo presto sul tema.

In collaborazione con: newslinet.com

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