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Forse più insidioso di Spotify

Amazon ama creare nuove categorie di prodotti, immaginati e progettati senza tener conto degli schemi consolidati. In taluni casi ottiene successi planetari, come con Echo e il concetto stesso di altoparlante intelligente; in altri clamorosi flop, come nel caso del telefono a schermo tridimensionale e – probabilmente – del robot Astro. Il progetto AMP, la radio reinventata, sembra però in linea con l’odierna società di creators “peer to peer” e offre qualcosa che l’attuale concorrente della radio, Spotify con la sua musica streaming e i suoi podcast, non ha: le on-air personalities e l’interazione con gli ascoltatori.

Amazon AMP…

Amp viene definito da Amazon come un servizio che offre a tutti la possibilità di divenire DJ e creare show radiofonici dal vivo.

… e Amazon Music

Sulla base del catalogo di milioni di brani senza problemi di licenza presenti in Amazon Music, i creator possono produrre un vero programma radiofonico con parlato e musica senza bisogno di hardware addizionale o strumenti di editing.

Reinventare la radio

Nel post di annuncio il VP di Amp John Ciancutti ha affermato: “La radio è sempre stata veicolo di cultura e di musica. Immaginiamo di poterla inventare da zero. Probabilmente la progetteremo con gli elementi che gli ascoltatori amano – intrattenimento parlato, musica, personalità radiofoniche – ma con l’aggiunta degli strumenti di oggi (basati su cloud e social interaction N.d.R.).

Un microfono non si nega a nessuno

Con AMP tutti possono avere un microfono e andare in onda: si tratta di un nuovo tipo di radio dalle possibilità infinite.”

Queen Radio

In occasione del lancio, per ora in versione beta e limitato agli Stati Uniti, Amazon ha messo in campo alcuni pesi massimi del mondo dell’intrattenimento quali Nicki Minaj, che con l’occasione trasferirà il suo programma radiofonico Queen Radio precedentemente trasmesso da Apple Music Beats 1.

+Create Show

Saranno questi personaggi ad attrarre alla piattaforma i giovani creator, invogliandoli a ideare e lanciare un proprio show semplicemente utilizzando il bottone +Create Show.

Sito dedicato

Sul sito dedicato sono presenti le best practices necessarie per uno titolo di successo. Uno speciale team dedicato si occupa inoltre d’individuare i migliori show per metterli in evidenza nella sezione featured.

Time will tell

Robot Astro o Smart Speaker? Quale che sia il successo commerciale di Amp una cosa pare certa: non saranno i grandi editori tradizionali a determinarlo.

In collaborazione con: newslinet.com

E richiama editori su vincoli della direttiva SMAV

Appello Agcom a media: l’attività di informazione televisiva costituisce servizio di interesse generale e, in ossequio a tale funzione, tutte le emittenti televisive sono tenute, anche ai sensi dell’art. 4 della direttiva SMAV, ad assicurare una adeguata informazione sui fatti di attualità al fine di concorrere alla formazione di una opinione pubblica consapevole, conformandosi a criteri di imparzialità, equità, completezza, correttezza e pluralità dei punti di vista.

Promotori

Il Presidente Giacomo Lasorella e i Commissari dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Laura Aria, Antonello Giacomelli, Elisa Giomi hanno inviato ai principali operatori dell’informazione in Italia (ma in particolare agli editori TV) una lettera congiunta recante un appello a tutela dei minori e delle giovani generazioni a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

Appello

“Le drammatiche vicende dell’invasione dell’Ucraina ci inducono a rivolgere, a chi ha la responsabilità di contribuire a formare l’opinione pubblica, un appello a tutela dei minori e, comunque, a favore delle giovani generazioni”, si legge nella lettera.

Pandemia e guerra rischiano di segnare in maniera indeledibile vita dei ragazzi

“Dopo i tragici mesi della pandemia, che hanno stravolto le esistenze di tutti, la guerra – la guerra in Europa – rischia di segnare in modo indelebile la vita dei nostri figli. È necessario aiutare i giovani a conoscere, capire e interpretare la drammaticità della guerra alla luce dei valori di ragione, tolleranza, solidarietà e rispetto della persona umana che costituiscono l’identità europea e secondo i principi contenuti nella nostra Costituzione”, spiega la nota di appello.

Attenzione all’utilizzo delle immagini

Si tratta di un “appello a tutti gli operatori del mondo della comunicazione, nel pieno rispetto dell’autonomia editoriale e del dettato dell’articolo 21 della Costituzione, è, innanzitutto, ad aver attenzione all’utilizzo delle immagini della guerra, al fine di non farne un inutile spettacolo.

Attività di informazione è servizio di interesse generale con obblighi chiari

In questo senso, l’attività di informazione televisiva costituisce servizio di interesse generale e, in ossequio a tale funzione, tutte le emittenti televisive sono tenute, anche ai sensi dell’art. 4 della direttiva SMAV, ad assicurare una adeguata informazione sui fatti di attualità al fine di concorrere alla formazione di una opinione pubblica consapevole, conformandosi a criteri di imparzialità, equità, completezza, correttezza e pluralità dei punti di vista.

Spazi di informazione per i giovani

C’è, poi, la necessità di creare per tutti i giovani (e non solo per i minori) spazi di informazione dedicata, che per linguaggi, ritmi e fruibilità, possano essere condivisi anche sulla rete e nei social.

Sinergie tra media

L’ulteriore sforzo da effettuare che vi chiediamo è quello di dare a questo impegno una pianificazione e una continuità tale da trasformarlo in un appuntamento costante per i ragazzi e anche per le famiglie. Sarebbe opportuno che si realizzassero, con questo obiettivo, sinergie tra i diversi media, coinvolgendo, ove possibile, anche le scuole. I volti noti della TV, della Rete e le firme prestigiose dei giornali dovrebbero essere coinvolti in questa attività di informazione e sensibilizzazione”, conclude Agcom.

In collaborazione con: newslinet.com

David Zaslav ha chiarito gli obiettivi della joint venture…

David Zaslav ha chiarito gli obiettivi della joint venture: competere con Netflix e Disney+. Il ceo di Warner Bros Discovery, con una dichiarazione che ha il sapore di una frecciata, ha inoltre messo in chiaro che la competizione del settore svod non è una gara a chi spende di più nelle produzioni originali.

Discovery 2021

Discovery ha da poco presentato il bilancio relativo all’ultimo trimestre 2021 e fatto il punto sull’intero esercizio appena concluso. Nel merito, i conti della società guidata da David Zaslav possono contare su 12,2 miliardi di dollari di fatturato (+14% sul 2020), suddivisi in 6,2 di raccolta pubblicitaria e 5,4 di distribuzione di canali e contenuti. In aumento anche gli iscritti a Discovery+, la piattaforma svod della compagnia americana, che arrivano a 22 milioni, con una crescita di due milioni solo nell’ultimo trimestre dell’anno. Proprio questo settore è al centro della strategia di crescita di Discovery.

Warner Bros Discovery

Il resoconto di fine anno è stata l’occasione per Zaslav per tornare sull’imminente fusione della società con WarnerMedia, operazione di cui si era già parlato. La conclusione della manovra e il conseguente inizio delle attività della nuova joint venture è fissata tra aprile e giugno di quest’anno, a seguito della riunione dei soci che avrà luogo l’11 marzo.

La sfida ai big

Warner Bros Discovery che toccherà, secondo le stime, ricavi per 52 miliardi di dollari già nel 2023, avrà come obiettivo principale quello di competere con i principali svod. La sfida è più che ardua, vista la disparità di partenza per numero di abbonati: Netflix 221,8 milioni, Diseny+ 196,4, Paramount 56,1.

Dimensioni

Zaslav ha però sottolineato come Warner Bros Discovery possa permettersi di competere con i principali attori del settore grazie a due aspetti fondamentali. Da un lato, un numero maggiore di proprietà intellettuali e brand che ampliano il target dello svod rispetto a Disney+; dall’altro, un catalogo più nutrito di quello di Netflix.

Gli investimenti intelligenti di Warner Bros Discovery

Il ceo ha poi aggiunto che gli investimenti futuri non punteranno sulla quantità, ma sulla qualità. L’obiettivo è crescere in maniera sostenibile, evitando dunque i piani aggressivi già visti in casi come quello di Dazn.

Eurosport e BT Sport

A proposito di OTT a tema sportivo: il gruppo americano è al lavoro sulla fusione tra Eurosport e BT Sport. Già nel corso di quest’anno l’operazione sarà conclusa e il nuovo prodotto editoriale debutterà nel Regno Unito e in Irlanda.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Il motore di ricerca di casa Alphabet torna sotto la lente d’ingrandimento dei giudici americani…

Il motore di ricerca di casa Alphabet torna sotto la lente d’ingrandimento dei giudici americani: in particolare, il servizio Google Amp è stato accusato di sfavorire la libera concorrenza in campo pubblicitario. Un’accusa forse non totalmente infondata, visto l’abbandono del servizio da parte di importanti editori statunitensi.

Recap

Il 2021 di Google si è chiuso con ricavi importantissimi, soprattutto dal settore adv, vero motore della crescita della società. Solo nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la pubblicità ha avuto un peso di 53,1 miliardi di dollari sul bilancio, un dato ancora più impressionante se si considera che l’adv è in crescita, rispetto allo stesso periodo 2020, del 43,2%.

Antitrust

Nello scorso anno, però, Google ha dovuto anche fare i conti con le autorità antitrust, prima quella italiana e poi la francese. In entrambi i casi, alla società era stato contestato un abuso della propria posizione dominante. Nel primo caso, l’oggetto della contesa riguardava la fruibilità dell’app JuicePass di Enel, mentre, nel secondo, il comportamento scorretto imputato dai francesi riguardava proprio il settore adv.

Da Google Ad Manager a Google Amp

Google avrebbe quindi favorito se stessa nel contesto pubblicitario della propria piattaforma a discapito dei concorrenti. Un comportamento, questo, che è stato nuovamente contestato alla società, questa volta da parte degli editori americani riguardo al funzionamento di Google Amp.

Google Amp

Accelerated Mobile Pages (appunto Amp) è un servizio che permette una navigazione mobile più fluida e veloce, come promette il nome stesso. In contemporanea, Amp gestisce anche la vendita di spazi pubblicitari sui siti stessi.

L’inghippo

L’accusa mossa nei confronti di Google sarebbe, ancora una volta, quella di aver creato un sistema che favorisce se stessa. Amp, infatti, sembra sfavorire la vendita all’asta di spazi pubblicitari a piattaforme esterne a Google, rendendo di fatto una scelta obbligata passare per il servizio di Mountain View.

Indipendenza

Gli editori americani, dunque, hanno deciso di muoversi verso altre direzioni, sperimentando versioni interne alternative alla proposta di Google, così da potersi rendere indipendenti dalla società di Alphabet. Non solo: oltre alla svolta verso l’autonomia per i servizi web, le motivazioni sembrano essere anche economiche. Infatti, oltre alla poca trasparenza nella vendita degli spazi, Amp garantirebbe anche bassi introiti.

Goodbye Google Amp

Alla luce di questa situazione, editori importanti come Vox Media, Buzz Feed, Bustle Bdg e Washington Post hanno annunciato di voler testare delle proprie soluzioni alternative. Nel caso del quotidiano della capitale, sembra che la decisione risalga addirittura alla scorsa estate.

In collaborazione con: newslinet.com

La nuova audio factory di Publitalia ’80. Il futuro è nell’audio…

L’offerta digital audio di Mediaset si arricchisce di “un nuovo progetto interamente dedicato alla produzione e distribuzione di contenuti audio digitali rivolti ai brand Ascoltare, vedere, sentire, emozionare e innovare: Dr Podcast”.

Nasce Dr Podcast, la nuova iniziativa di Publitalia ’80 per i contenuti audio digitali: “un’audio factory dedicata ai podcast, che rappresentano il presente e il futuro della content creation”.

Da Action Media a Dr Podcast Audio Factory

“Per ribadire la propria volontà di sviluppo in questo settore, Publitalia ’80, attraverso la controllata internazionale Publieurope, ha investito in Action Media LTD, media company specializzata nella realizzazione di contenuti audio con sede a Londra, che a seguito di questa operazione cambia nome e diventa Dr Podcast Audio Factory LTD”, spiega una nota di Mediaset.

La storia. Recente

“Fondata nel 2018, Action Media LTD si è posta sin da subito come punto di riferimento per le imprese che vogliono realizzare i propri contenuti nel mercato digital audio, fornendo supporto per la scrittura, la registrazione e la trasmissione dei podcast aziendali sulle principali piattaforme di podcasting“, sottolinea il Biscione.

Ambizione

“L’obiettivo della joint venture è quello di diventare leader nel digital audio a livello locale e internazionale, proponendo un’offerta ancora più ampia agli ascoltatori interessati a questo tipo di contenuti”, evidenzia il gruppo della famiglia Berlusconi, che tradisce la consueta ambizione.

Il futuro è podcast

Fruibili on demand in ogni momento della giornata e attraverso qualunque dispositivo connesso alla rete (mobile, desktop, smart speaker o smart TV), i podcast sono infatti un fenomeno in espansione, un ecosistema mainstream in continua evoluzione che sta rivoluzionando le modalità di ascolto e utilizzo dei contenuti audio da parte dei consumatori.

9,3 mln di italiani al mese ascoltano già i podcast

I quali lo scelgono per informarsi e intrattenersi. Secondo la ricerca condotta da Ipsos (ottobre 2021), in Italia si contano 9,3 milioni di utenti al mese, un numero in costante crescita che non accenna ad arrestarsi.

Modello di comunicazione commerciale evoluto

La ricerca attiva, l’attenzione e l’interesse da parte dell’ascoltatore, insieme alla forte connotazione emozionale, fanno del podcast un importante strumento di comunicazione per le aziende, un modo innovativo per entrare in contatto diretto con il proprio target, instaurando con il consumatore un’autentica relazione.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Edison Research introduce Super Listener e ne analizza intenzioni e comportamenti

È stato pubblicato il terzo rapporto Super Listener (s) di Edison Research e Ad Results Media relativo al 2021 e incentrato appunto sui cd super listener. La ricerca, presentata durante una conferenza tenuta da Marshall Williams, partner presso Ad Results Media e Tom Webster, senior VP presso Edison Reseach, ha avuto luogo a novembre 2021 ed ha riguardato un campione di 1000 ascoltatori. Ne sono emerse alcune osservazioni interessanti. Anche se il vero colpo di scena della conferenza proveniva da tutt’altro studio.

Super Listener

Chi sono i super listener? Nella presentazione (al minuto 1:23) vengono indicati come “le persone nei due principali quintili in termini di ascolto, in sostanza quel 37% (sic) dei fruitori di podcast che ne consuma almeno 5 ore settimanali”.

Due quintili (o quasi)

Non facciamoci spaventare dalla parola quintile: si tratta di quinti, ovvero il 20% di un insieme. Scegliendo di parlare dei due principali quintili si va a descrivere le abitudini di ascolto del 40% degli utenti, qui per qualche motivo arrotondati per difetto a 37%.

Quel che resta dell’ascolto

Nulla è stato detto sulle abitudini di ascolto del restante 63% (il che, detto per inciso, ci ha lasciati perplessi).

Breaking News

La ricerca fornisce dunque numerosi dati relativi a questo sottoinsieme, ma prima di presentarli – forse per mancanza di dati veramente hot – viene offerta una ghiotta breaking news… proveniente da un’altra ricerca. Edison Research produce infatti anche Share of Ear, una sorta di Total audience relativa all’audio e basata un campione “molto ampio”.

Podcast vs radio

Ebbene, l’ultima edizione ha rilevato come nella fascia 13-24 anni il tempo speso all’ascolto di programmi in voce veda ormai la categoria podcast vincente rispetto alla tradizionale AM/FM per un importante margine (35% vs 16%).

Shift generazionale

Commentando i dati, i due analisti hanno parlato di uno shift generazionale nelle fonti dalle quali vengono ricavate le informazioni.

A conferma di questi dati, Edison cita una fonte indipendente, Pew Research – una “fact thank” senza scopo di lucro basata a Washington, D.C – che nello studio pubblicato il 15 febbraio 2022 rileva come un quarto della popolazione nella fascia 18-29 anni consuma news “tramite podcast”. Il dato sembra eclatante, ma come sempre occorre fare attenzione ai dettagli.

Il 23% degli adulti statunitensi riceve news almeno sporadicamente da un podcast

Il commento alla slide dice infatti testualmente “il 23% degli adulti statunitensi riceve news almeno sporadicamente da un podcast”, percentuale che diminuisce in modo inversamente proporzionale all’età. Sporadicamente: una categoria che comprende chi ascolta news via podcast anche solo una volta al mese.

Tempo di ascolto in aumento

Tornando a Edison Research, possiamo osservare come il sottoinsieme di coloro che consumano oltre 5 ore di podcast alla settimana ne ascolta in media ben di più: si passa infatti dalle poco meno di 10 ore rilevate nel 2019 alle 11,2 ore (11 ore e 12 minuti in media) del 2021.

Strumenti di ascolto

Un dato molto interessante riguarda gli strumenti utilizzati per la fruizione dei podcast. Come si vede, YouTube risulta essere la piattaforma dominante, con Spotify e Apple Podcast non troppo distanziati. Occorre comunque notare come la somma dei dati presentati sia pari al 375%, chiara indicazione del fatto che non esista una fedeltà alla singola piattaforma, forse in parte spiegabile dal recente fenomeno delle exclusive.

Video non indispensabile

Commentando la slide, è stato sottolineato come solo il 50% dei fruitori di podcast via YouTube guardi effettivamente il video: il restante 50% mette probabilmente il cellulare in tasca e si limita all’ascolto in cuffia.

Would You Be Willing?

I due ricercatori passano dunque a esporre una tesi forse ardita: quella che gli utenti sarebbero disponibili a pagare per la fruizione “del proprio podcast preferito” nel caso questo divenisse a pagamento.

Estremismi

Riteniamo l’ipotesi estrema in quanto si tratta di risposte affermative ad una situazione ipotetica, senza peraltro indicazione del livello di costo.

Polling error

In altre parole, non siamo di fronte ad una rilevazione del comportamento effettivo dell’utenza a seguito di un evento, ma alla dichiarazione di un’intenzione, cosa che porta spesso a previsioni non propriamente esatte.

Pubblicità

Riportiamo infine due dati sui quali val la pena riflettere. Escludendo casi quali quello di Joe Rogan, la gran parte dei podcast utilizza il classico modello dell’advertising.

Preferenze

Ebbene – e questa è anche l’esperienza diretta di chi scrive, decisamente appartenente all’ultimo quintile – gli utenti preferiscono di gran lunga quella caratteristica pubblicità redazionale che fa parte integrante del programma, una sorta di racconto del prodotto in promozione a volte decisamente lungo.

Host dixit

Racconto che gioca sulla fiducia nell’host: se – come spesso accade – questo afferma di essere in prima persona consumatore o utente dell’oggetto in promozione l’interesse è pressoché certo, portando spesso a successivi approfondimenti pro attivi da parte dell’ascoltatore.

Conclusioni

In conclusione vogliamo riportare la nota scritta da Laura Badiini di Kvox, un analisi particolarmente utile per chi mastica soprattutto di radio: “Lo studio mostra il podcast come un ottimo strumento di digital advertising. Nonostante i Super Listeners abbiano riscontrato un aumento, sia nel numero che nella durata, delle pubblicità all’interno dei podcast restano molto propensi all’acquisto di un prodotto/servizio citato negli episodi ascoltati.

Attenzione elevata

Questo, però, evidenzia come l’attenzione debba essere molto alta. Non si può pensare d’inserire troppe pubblicità e nemmeno utilizzare il modello del cluster pubblicitario radiofonico, potrebbe rivelarsi estremamente controproducente e il rischio di perdere ascolti è elevato“. Niente spot a effetto e registrati, nel mondo del podcasting.

In collaborazione con: newslinet.com

Accolti gli impegni di TIM, Fastweb, Tiscali e KKR presentati dopo l’avvio del procedimento

Gli impegni per l’operazione FiberCop, valutati positivamente dall’Antitrust, consentiranno di ridurre le barriere all’acquisizione degli operatori e di favorire l’infrastrutturazione. L’Agcm vigilerà sull’adempimento degli obblighi assunti.

FiberCop: ok da Agcm

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha concluso il procedimento relativo agli accordi di accesso all’infrastruttura di FiberCop accettando gli impegni proposti da TIM, Fastweb, Tiscali e dalle società del fondo KKR. L’istruttoria era stata avviata il 15 dicembre 2020 per la presenza di numerosi problemi concorrenziali degli accordi relativi a FiberCop.

Il rischio riduzione della concorrenza nei mercati all’ingrosso delle telecomunicazioni fisse

In particolare, si sarebbe ridotta la concorrenza nei mercati all’ingrosso delle telecomunicazioni fisse senza determinare una reale infrastrutturazione degli operatori alternativi che avrebbero assunto – in ragione delle caratteristiche del progetto, relativo alla sola rete secondaria – il ruolo di meri rivenditori di servizi di TIM, senza alcuna differenziazione qualitativa o economica significativa.

Bilanciamento di benefici e rischi

“Il procedimento ha riguardato aspetti molto complessi della rete e l’Autorità ha orientato la propria azione bilanciando i benefici in termini di condivisione di investimenti con i rischi di restrizioni della concorrenza”, spiega una nota dell’Antitrust.

Migliori servizi

Secondo l’Antitrust, “la concorrenza infrastrutturale, la pluralità di reti e di fornitori all’ingrosso e al dettaglio in concorrenza è un elemento imprescindibile nel mercato delle telecomunicazioni, guidato dalla logica della scala degli investimenti. L’indipendenza infrastrutturale si traduce, infatti, in migliori servizi – come profili di velocità maggiori e differenti rispetto agli standard regolati -, in maggiori efficienze economiche della rete che conducono a vantaggi per gli operatori di telecomunicazioni e a benefici per i consumatori”.

Compresenza di più reti di tlc fissa ultimate o da ultimare

In grandi aree del territorio nazionale la domanda di servizi di comunicazione permette la compresenza di più reti di telecomunicazione fissa, già terminate o in corso di ultimazione. La condivisione di alcuni costi di investimento permetterà di ampliare il novero delle aree in cui potrà esistere una concorrenza di natura infrastrutturale.

I due pilastri

Nel complesso, gli impegni accolti dall’Autorità per l’ok alla rete unica si basano su due pilastri, che consistono nel ridurre le barriere all’acquisizione dei clienti, ovvero gli operatori di telecomunicazione, nel mercato all’ingrosso delle telecomunicazioni fisse, favorendo una piena concorrenza infrastrutturale e nel favorire l’infrastrutturazione tramite la riduzione dei relativi costi e l’individuazione di stringenti scadenze temporali e obiettivi di copertura.

Il primo pilastro…

Quanto al primo pilastro, gli impegni permettono di diminuire i rischi di preclusione della domanda di servizi di telecomunicazione all’ingrosso da parte degli operatori di telecomunicazione, riducendo i minimi garantiti e la scala geografica di adesione al progetto (da nazionale a comunale o sub-comunale) e introducendo profili di adesione al progetto FiberCop basati su diritti di lungo periodo, senza minimi garantiti.

… e il secondo

Sul fronte degli investimenti, TIM ha fornito un cronoprogramma certo e definito del piano di infrastrutturazione e si è impegnata a dare, insieme a FiberCop, informazioni idonee alla pianificazione degli investimenti da parte degli operatori alternativi. Inoltre TIM faciliterà l’infrastrutturazione degli operatori alternativi offrendo loro la fibra spenta in rete primaria, riducendone quindi i costi e le tempistiche di infrastrutturazione.

Il percorso di Fastweb

Sempre dal punto di vista dell’infrastrutturazione, Fastweb si è impegnata ad effettuare un percorso fino al 2026, così da accedere ai servizi di FiberCop in qualità di operatore effettivamente indipendente da TIM e Tiscali ha modificato e/o risolto alcuni contratti che non determinavano alcuna infrastrutturazione, limitando allo stesso tempo la contendibilità della fornitura all’ingrosso.

Monitoraggio e gli impegni

Un ulteriore importante obiettivo che l’Autorità intende conseguire è dato dall’effettiva esecuzione degli impegni. Al riguardo si prevede un articolato sistema di monitoraggio e di vigilanza sull’adempimento degli obblighi assunti e sul puntuale rispetto degli obiettivi di copertura. Una prima verifica avverrà entro sessanta giorni.

Le conclusioni di Agcm

In conclusione, l’Autorità ha ritenuto gli impegni “sufficienti a rimuovere le preoccupazioni anticoncorrenziali evidenziate nel provvedimento di avvio e ha considerato che, anche alla luce delle finalità poste alla base della strategia italiana per la banda ultra-larga, il provvedimento adottato, preservando e incentivando la concorrenza infrastrutturale, sia funzionale al conseguimento – entro il 2026 – dei più generali obiettivi di connettività a 1 Gbit/secondo sull’intero territorio nazionale”.

In collaborazione con: newslinet.com

Deloitte analizza l’evoluzione del consumo dei media digitali in Italia

È stato pubblicato l’ultimo aggiornamento del “Digital Consumer Trend Survey Italia” di Deloitte. Lo studio evidenzia importanti osservazioni sui fenomeni emersi durante la pandemia, alcuni prevedibili ma altri – quali il calo nell’utilizzo dei social network – non spiegabili con il solo aumento del tempo passato a casa. NL ha avuto l’opportunità di parlarne con l’autrice Francesca Tagliapietra, Equity Partner, Risk Advisory presso Deloitte Italia.

Digital Consumer Trend Survey

La “Digital Consumer Trend Survey” di Deloitte, fino a qualche anno fa chiamata “Global Mobile Consumer Survey”, è arrivata in Italia alla sesta edizione. La ricerca è basata su oltre 2000 interviste a italiani tra i 18 e i 75 anni condotte ad agosto 2021. Il focus della ricerca è sui trend e la diffusione dei device digitali e connessi, dei servizi di comunicazione connessi e delle principali applicazioni. A partire dai risultati di questa survey sono pubblicati sul sito di Deloitte articoli e focus specifici di approfondimento, consultabili a questa pagina.

L’autrice

L’autrice e’ invece raggiungibile tramite il suo profilo Linkedin. Il documento di sintesi, un PDF di 23 pagine, getta uno sguardo a 360 gradi su device digitali e loro utilizzo, ma noi ci concentreremo sugli argomenti core per Newslinet: SVOD e social media

SVOD

Innanzitutto, Deloitte rileva come negli ultimi anni si sia registrato un incremento costante nella fruizione di contenuti video in streaming: se nel 2018 “solo” il 40% dei rispondenti in Italia dichiarava di fruire di contenuti in SVOD, questa percentuale è salita al 63% nel 2021. Il dato risulta inferiore a quello del Regno Unito (76%) ma in ogni caso il distacco non e’ certo importante. L’incremento di utenti più rilevante si è riscontrato nell’anno d’inizio della pandemia, dove la crescita è stata di 13 punti percentuali, contro un aumento (comunque significativo) di 5 punti nel 2021.

Over 65

Una delle affermazioni dello studio ci ha particolarmente colpito: “Nell’ultimo anno, inoltre, è cresciuta in modo rilevante la penetrazione dei servizi VoD tra gli over 65, a un tasso superiore rispetto al totale della popolazione“.

L’intervista

(Newslinet) – Chi è nella fase lavorativa della propria vita tende a restare fedele al lineare?
(Francesca Tagliapietra) – Attenzione: nel report non diciamo che gli over 65 hanno una penetrazione dei servizi SVOD superiore alla media, ma che la crescita nell’accesso ai servizi SVOD è aumentata di più tra gli over 65 rispetto alla media della popolazione. I giovani restano le fasce con il più alto tasso di accesso a questi servizi.

Attenzione alle definizioni

Per comprendere la tabella riguardante la visione dei programmi SVOD rispetto alla TV tradizionale occorre prestare attenzione al titolo. Questo include la frase chiave “stando di più a casa a causa della pandemia”. In altre parole, se il campione ha compreso bene la domanda, il risultato in tabella mostra che il 37% delle persone hanno fruito maggiormente dei programmi TV durante la pandemia rispetto al periodo precedente (e non che le persone hanno fruito della TV lineare nel 37% del tempo resosi disponibile proprio grazie alla pandemia).

Lineare vs SVOD

Osserviamo dunque come la fascia 55-64 abbia aumentato significativamente il tempo dedicato alla TV classica (+42%, immaginiamo assorbito da programmi di news), mentre la fascia 25-34 ha preferito dedicare più tempo (+51%) allo streaming, una modalità per ora quasi esclusivamente correlata con l’entertainment.

Churn limitato e riabbonamenti

(NL) – Nella ricerca parlate di piattaforme e di utenti che disdicono e si riabbonano. Potrebbe illustrare meglio questo fenomeno, con qualche dato?

Churn per fascia età

Deloitte ci ha gentilmente inviato la tabella che meglio chiarisce questo punto: come possiamo osservare la fascia 18-24 anni è quella con i numeri più alti sia in termini di sottoscrizioni (31+14 = 45%) che di disdette (10+18 = 28%), fenomeno che giustifica l’affermazione sulla dinamica dei giovani.

Due SVOD per famiglia

Chi sposa la TV on demand tende a non limitarsi a una sola piattaforma. Un recente studio di Ampere ha riscontrato come negli Stati uniti un household ha una media di quattro abbonamenti SVOD, mentre in quelle che definisce “big five countries” (UK, Germania, Francia, Italia e Spagna) la media è solo di due. E Deloitte conferma.

(NL) – Avete rilevato una migrazione di utenti Netflix verso i newcomers (Disney+ ad esempio)? Oppure l’utente SVOD tende a moltiplicare gli abbonamenti?
(F.T.) – Per quanto riguarda il tema del multi homing già citato sopra, i rispondenti hanno dichiarato di avere accesso a circa 2 piattaforme di streaming video.
(F.T.) – Il focus del report è sui servizi in video streaming, non c’è un’attenzione specifica sul tipo/brand. Si può forse aggiungere che sono i giovani quelli più “dinamici” in termini di iscrizione/ disiscrizione. Resta valido quanto scritto nel report: nel complesso in Italia emerge un tasso di penetrazione degli abbonamenti SVOD in crescita, confermato anche dal numero di nuovi sottoscrittori che supera quello dei disiscritti e la tendenza, anche per i disiscritti, a valutare un ritorno futuro a questi servizi.

Crisi dei social?

Una delle novità più significative e in qualche modo inaspettate che emergono dello studio Deloitte riguarda il calo dell’utilizzo dei social network.

(NL) – Parliamo di social. Dalle tabelle leggiamo che “il 22% dei rispondenti italiani ha smesso di utilizzare almeno una piattaforma social“. E’ un disamoramento dalle piattaforme social in toto o una migrazione da una ad un’altra?
(F.T.) – Nella tabella potete vedere i dati con il distinguo tra “tutte le piattaforme” e “una o più piattaforme”. In generale tra il 22% dei rispondenti che ha dichiarato di aver smesso di utilizzare i social media nell’ultimo anno, la quota di chi dichiara di aver smesso di utilizzare le piattaforme social in modo permanente è simile a quella di chi dichiara uno stop temporaneo. Sono soprattutto gli uomini (25%) a dichiarare uno stop all’uso delle piattaforme social contro il 19% tra le donne.

Il 38% dei giovani ha abbandonato i social

Sembra inoltre che siano le fasce più giovani quelle con la maggior tendenza a “frenare” l’utilizzo dei social: tra i 18 e i 24 anni infatti la percentuale di chi dichiara di aver smesso, temporaneamente o meno, di utilizzare queste piattaforme sale al 38%, contro il 17% nella fascia tra i 65 e i 75 anni.

Non è un social per giovani

Nel Consumer Trend Survey troviamo dunque ulteriore conferma di quello che è percepito come il maggior pericolo per l’universo Meta (ex Facebook): il crescente ritrovarsi con un’utenza fatta prevalentemente da anziani, intenti a pubblicare vecchie fotografie e condividere post prevedibili.

Wall Street conferma

E i risultati finanziari comunicati da Meta mercoledì 2 febbraio 2022 confermano: crollo del valore del titolo di quasi il 23% nell’after-hours, a seguito del preannuncio di ricavi inferiori alle aspettative. Nelle parole di Mark Zuckerberg riportate del Financial Times: “Gli utenti hanno ormai molte possibili scelte su come utilizzare il loro tempo, e app come TikTok stanno crescendo molto rapidamente“. I giovani i creativi stanno andando altrove e – visto quanto abbiamo appreso e compreso da Cambridge Analytica in poi – questo potrebbe anche essere un buon segno.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

E YouTube, come Spotify, si dota di radio create da una cellula musicale

Le tendenze anticipate quattro anni fa da NL si stanno velocemente realizzando: dai brand bouquet di radio tematiche alle offerte radiofoniche OTT.
Partiamo dalla prima, i brand bouquet, cioè le declinazioni verticali, attraverso decine di radio tematiche, di un affermato marchio lineare. Il più importante brand bouquet italiano è quello di Radiomediaset, United Music, composto da oltre un centinaio di stazioni tematiche marchiate Radio 105, RMC, R101, Virgin Radio, Radio Subasio, oltre che UM stessa.

Frisbee

Lanciato e rilanciato più volte, ad oggi il collettore di radio tematiche United Music non appare ancora completamente espresso nelle sue potenzialità (abbiamo, sul punto, chiesto al generalmente disponibile Paolo Salvaderi, a.d. di Radiomediaset, un’intervista, che però ha gentilmente declinato…), ma certamente ha stimolato la concorrenza.

Precursori e seguaci, più o meno convinti

Tanto che più o meno tutti i concorrenti radiofonici del Biscione si sono dotati di brand bouquet, pur diversamenti popolati. Dall’antesignano gruppo Gedi (che, arrivato forse troppo presto con le radio tematiche di DeeJay e Capital, ha poi rallentato fino a quasi scomparire quando gli altri accelleravano) a Kiss Kiss, da RTL 102.5 (che ha declinato le proposte laterali anche in radiovisione) a RAI, da una particolarmente convinta RDS alle superstation Radio Radio, Radio Bruno e alla new entry Giornale Radio.

Offerta limitata o inesistente

Molto limitata l’offerta laterale di Radio Italia (che non possiamo definire brand bouquet) ed assente quella di Radio Radicale e Radio 24 (che però hanno una notevole offerta podcast).

YouTube all’inseguimento di Spotify

Si tratta di una fortissima spinta verso l’IP, per cercare di reggere l’onda d’urto di Spotify e delle altre offerte di streaming on demand, come YouTube. Che, proprio al pari del colosso di Daniel Ek, punta a sua volta a sviluppare YouTube Music attraverso la “raccomandazione” di “radio”.

Raccomandate

YouTube sta infatti testando attraverso un gruppo ristretto di utenti la possibilità di creare “radio autocostruite” sviluppate da una cellula con DNA musicale dell’utente, cioè un singolo brano a cui vengono aggregate altre canzoni sulla base dei gusti profilati dall’intelligenza artificiale.

Riproposizione attualizzata

Si tratta, in realtà, della riproposizione in versione attualizzata di un progetto del 2015, che evidentemente è stato ora ritenuto in linea con le esigenze del mercato.

Catturare, in tutti i sensi, l’utente

La sfida radiofonica del 2022 del mondo radiofonico evoluto è, quindi, quella di creare un ecosistema captive, basato su un’offerta musicale (e non solo) così ampia da demotivare l’utente che vi ha acceduto ad uscire per cercare altrove qualcosa. L’idea iniziale di Spotify, in sostanza.

In collaborazione con: newslinet.com

Ma dimensione di pochi kmq pone ipoteca su sviluppo sistema

Nelle more dell’emanazione (da parte di Agcom) dell’atteso Piano nazionale di assegnazione delle frequenze per la radiodiffusione sonora in tecnica digitale (DAB+), si è insistito molto sulla necessità di rilasciare da parte del Mise autorizzazioni sperimentali a consorzi locali per (tentare di) recuperare l’enorme gap accumulatosi con le stazioni nazionali. Da molti anni solidamente ancorate a titoli all’esercizio al tempo rilasciati in via transitoria.

Sperimentazioni non commerciali

Il problema è che le poche autorizzazioni sperimentali rilasciate con finalità non commerciali ad alcuni consorzi, si riducono ad impianti di poche decine di watt illuminanti ristrettissimi fazzoletti di territorio. Con la conseguenza che la concreta utilità ai fini del consolidamento dell’ascolto è tutta da verificare.

GE-06

Ricordiamo che l’emanazione da parte dell’Agcom di un piano di assegnazione delle frequenze DAB-T pienamente in linea con i diritti internazionali italiani (GE-06 + accordi di coordinamento) potrà avvenire solo dopo la conclusione positiva dei negoziati in corso, che mirano a ottimizzare l’originaria previsione di GE-06.

(Dis)accordi internazionali

Trattative che, tuttavia, non sono fin qui giunte a compimento a causa del vincolo posto dagli stati confinanti con l’Italia di definire preventivamente un’altra annosa, anzi atavica, questione: quella delle interferenze in modulazione di frequenza, figlie della mancata pianificazione FM.

TUSMAR

Per risolvere quest’ultima questione, nel nuovo TUSMAR (D. Lgs 208/2021) sono state inserite sibilline previsioni di una ricognizione di tali situazioni, nelle more della approvazione del piano FM. Con l’effetto del cane che si morde la coda, su cui ci siamo già soffermati.

Quote DAB+

Ma per il DAB+? La situazione è ingessata, oltre dai citati coordinamenti internazionali, anche dalle definizione del processo di refarming della banda 700 MHz che consentirà di destinare una quota (non tutte) delle frequenze VHF sfruttate dalla TV digitale terrestre alla radio digitale via etere.

Consorzi e kmq

Così, nelle more del conseguimento di questi ultimi due obbiettivi, il Ministero dello sviluppo economico ha rilasciato alcune autorizzazioni su frequenze rottamate dai network provider TV a consorzi DAB su limitate (rectius, limitatissime) porzioni di territorio, attraverso impianti quasi esclusivamente a raso, che offrono un’illuminazione di pochi km.

Meglio che niente?

Il risultato, abbastanza scontato, è una generale insoddisfazione da parte degli editori che confidavano (probabilmente sulla scorta di eccessive aspettative, poste le premesse) su soluzioni di portata ben più ampia, che avrebbero potuto offrire il rilancio (anzi, il lancio) della radiodiffusione sonora in tecnica digitale per il comparto locale.

Tornelli

Non a caso, alcuni di questi consorzi appaiono dei tornelli, con un turn-over di emittenti che entrano ed escono dal bouquet.talia abbiamo esempi straordinari, da Israele alla Corea. Cosa abbiamo in meno noi italiani, soprattutto nel campo della creatività?

In collaborazione con: newslinet.com

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