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In realtà, la piramide dei media di Jacobs Media, nonostante la rivoluzione indotta dal Covid-19, non presenta profonde alterazioni dei rapporti di forza tra i mezzi dal 2020 al 2021

Certo, chi non vuole leggere quello che non desidera chiuderà gli occhi per l’ennesima volta. Ma per tutti gli altri, il rapporto Jacobs Media TechSurvey 2021 rappresenta un prezioso indicatore.

Anzi, una conferma dei rapporti di forza nella cosiddetta piramide dei media. Ma anche a riguardo dei trend sul medium radiofonico, sempre pià ascoltato per le singole personalità che veicola, piuttosto che grazie al brand di stazione.

Il rapporto TechSurvey 2021 indica peraltro una curiosa tendenza al consolidamento di mezzi non intermediati, superando la già anacronistica differenziazione tra vettore e contenuto.

In realtà, la piramide dei media di Jacobs Media, nonostante la rivoluzione indotta dal Covid-19, non presenta profonde alterazioni dei rapporti di forza tra i mezzi dal 2020 al 2021.

Ma mostra tendenze significative e costanti, alle quali possiamo prestare attenzione, oppure, come detto, girare la testa dall’altra parte.

Se la TV (lineare) rimane ancora leader, seguita da smartphone e radio via etere, notiamo che i tre mezzi non brillano. Mentre lo smartphone rimane stabile al 92% sia nel 2020 che nel 2021, la TV perde un punto percentuale e la radio due (come i social media ed i tablet).

Quei meno di 10 mln di utenti satellitari, che corrispondono agli abitanti della Lombardia, costano parecchio ad un fornitore di servizi di media audiovisivi sat

Satellite a terra? Il 2021 potrebbe diventare l’annus horribilis per la tv via sat in Italia per una serie di concause, probabilmente irreversibili. Vediamole insieme.
Allo stato la fruizione satellitare in Italia avviene sostanzialmente attraverso due piattaforme: Sky e Tivusat, che, nel 2020, si sono divisi quasi equamente meno di 10 mln di utenti (circa 4,6/4,8 mln Sky e 3,4/4,5 mln Tivusat). I telespettatori che fruiscono della tv satellitare con decoder diversi da quelli dei due aggregatori citati sono, infatti, divenuti una quota insignificante.

Quei meno di 10 mln di utenti satellitari, che corrispondono agli abitanti della Lombardia, costano parecchio ad un fornitore di servizi di media audiovisivi sat. Dopo il progressivo crollo dei costi della capacità trasmissiva sul DTT cui abbiamo assistito negli ultimi anni, possiamo dire che il rapporto costo/telespettatore tra sat/digitale terrestre può arrivare fino a 3:1 (a seconda degli operatori di rete).

Cioè, raggiungere (meno di) 10 mln di utenti sat costa fino al triplo che farlo sul DTT. E ciò se consideriamo i multiplexer nazionali. Se allarghiamo a quelli locali, la competizione è ancora più agguerrita. E beninteso, a parità di qualità trasmissiva. Già questo, pertanto, potrebbe essere un deterrente per i fornitori di contenuti che volessero optare per la veicolazione esclusiva sulla TV via satellite.

Fonte: newslinet.com

Occorre anche tenere presente che secondo le leggi francesi nessun azionista può detenere più del 49% delle quote di un’impresa del mondo media

Il gruppo Bertelsmann RTL ha confermato la fusione con TF1 (gruppo Bouygues), come si era ipotizzato già da tempo.

TF1 dovrebbe sborsare 640 milioni di euro per acquisire il 30% della nuova entità, mentre a RTL resterà comunque un 16% delle quote. Dichiaratamente anche per facilitare le negoziazioni con l’autorità garante della concorrenza.

Occorre anche tenere presente che secondo le leggi francesi nessun azionista può detenere più del 49% delle quote di un’impresa del mondo media. Garantita la presenza in borsa della nuova entità.

Il giro d’affari stimato per il gruppo dopo la fusione sarà di 3,5 miliardi di euro (2,08 miliardi lato TF1, 1,27 miliardi lato M6: apparentemente “la totalità è più della somma delle parti”), quanto basta per essere un rivale credibile di Netflix. A titolo di paragone, il fatturato del gruppo Mediaset si attesta sui 2,6 miliardi di euro.

Fonte: newslinet.com

La professione giornalistica non è un contest in cui vince chi ha più like e neppure una riffa regolata da un algoritmo oscuro

“La professione giornalistica non è un contest in cui vince chi ha più like e neppure una riffa regolata da un algoritmo oscuro, ma è invece un’attività normata dalla legge che risponde solo ai valori della Costituzione e alla deontologia professionale e che deve essere remunerata secondo tali criteri”.

OdG Lombardia vs Blasting News

Così Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia che, sulla base di questa motivazione ha invitato i giornalisti responsabili del sito/piattaforma Blasting News a modificare le condizioni contrattuali e i metodi di pagamento dei contributi giornalistici pubblicati dalla testata, registrata al Tribunale di Milano e con sede legale a Lugano (Ch).

No al giornalismo a click

“È inammissibile che la remunerazione degli articoli accettati e quindi pubblicati da Blasting News sia legata esclusivamente al (presunto) successo raccolto tra i lettori e misurato, tra l’altro, da un algoritmo interno riservato. La prestazione professionale del giornalista è da considerare una prestazione di mezzi e non di risultato, esattamente come quella di un medico o di un avvocato che vengono pagati a prescindere dalla durata della prognosi o dalla lunghezza della condanna inflitta dal giudice”.

Fonte: newslinet.com

Soprattutto perché Spotify sta colonizzando rapidamente territori vergini che avrebbero potuto essere facilmente conquistati dalla Radio

Il 2020 è stato un anno d’oro per Spotify. Ma gli editori continuano ad essere negazionisti: non è la Radio.
Eppure i numeri parlano da soli: 345 mln di utenti (+74 mln rispetto al 2019). +24% abbonati premium (totale 155 mln). +29% pubblicità. 7,9 miliardi di euro di fatturato nel 2020 vs 6,8 dell’anno precedente. Dati impressionanti. Soprattutto in epoca di pandemia e se paragonati a quelli radiofonici. Negativi sia per numero di utenti che per andamento della raccolta pubblicitaria.

Spotify non è la Radio

E allora come mai una buona fetta dei nuovi utenti di Spotify è costituita da ex ascoltatori radiofonici? Non è necessario snocciolare indagini sul punto (che pure ci sono, cfr. qui): basta chiedere a chiunque lo utilizzi tra quelli che hanno più di trent’anni. E per Amazon Music è la stessa cosa.

Il negazionismo degli editori radiofonici sta diventando imbarazzante

Soprattutto perché Spotify sta colonizzando rapidamente territori vergini che avrebbero potuto essere facilmente conquistati dalla Radio.

Podcast: questo sconosciuto per i radiofonici

Come l’area podcasting: a dicembre 2020 i podcast di Spotify erano 2,2 mln. Cioè 300.000 in più rispetto al trimestre precedente. E l’area podcast è quella che ha essenzialmente trascinato la raccolta pubblicitaria. Che nel solo ultimo trimestre 2020 è stata pari a 281 milioni di euro (+29%).

Erosione costante

Certo, poca cosa rispetto al ricavato complessivo, ma comunque spia di una costante erosione. Anche perché i centri media ormai inseriscono la pianificazione pubblicitaria su Spotify nell’area Radio.

La radio non comprende l’importanza dell’on-demand a pagamento

A differenza della televisione (dove praticamente tutti i player hanno presidiato lo streaming video on demand) la Radio non ha ancora compreso l’importanza dell’audio a pagamento, puntando tutto sull’anacronistico totally free.

Gratis non è più un valore aggiunto

Eppure, a dispetto di ogni considerazione sullo stato di crisi economica mondiale, gli utenti di Spotify mostrano di gradire le soluzioni pay. Magari a costi contenuti e con offerte sempre più flessibili, come Spotify Premium Mini con funzioni più limitate, destinato a mercati più poveri (come India e Indonesia).

HQ

E mostrano di gradire anche la musica HQ, mentre molti editori radio si ostinano a proporre streaming a basso birate. Come se il consumo dati con le attuali tariffe flat e giga inutilizzati fosse ancora un deterrente.

Fonte: newslinet.com

Tra pochi mesi un pugno o poco più di operatori di rete destinatari dei diritti d’uso delle frequenze di primo e secondo livello attiveranno i canali assegnati attraverso i bandi appena conclusi

Non ci sarà spazio per tutti quelli che ci sono oggi, sul nuovo DTT. Inutile girarci intorno.

Sembrerebbe un business interessante per gli operatori di rete, la cui risorsa scarsa diventerà estremamente appetibile. Mica tanto, perché un paradosso si prospetta all’orizzonte. Tra pochi mesi un pugno o poco più di operatori di rete destinatari dei diritti d’uso delle frequenze di primo e secondo livello attiveranno i canali assegnati attraverso i bandi appena conclusi.

1000 e non più 1000

Allo stato risultano vigenti circa 4000 titoli FSMA. Oltre la metà sono in capo a meno di 500 soggetti. Che, ovviamente, decideranno di far concorrere agli imminenti bandi FSMA, con ogni probabilità e nella migliore delle ipotesi, non più di due marchi ciascuno per evitare la frammentazione dei requisiti.

Sforbiciata

Per farla breve, è lecito attendersi la partecipazione ai bandi di una forbice di FSMA tra 1000 e 2000 soggetti.

(In)capacità trasmissiva

Se passasse la scellerata ipotesi di consentire la prenotazione fino a 2,5 MB ai primi posizionati in graduatoria, 15 FSMA esauriranno la capacità trasmissiva per ogni mux.

Falcidia

Considerato che quasi ovunque è previsto un solo mux di primo livello per area tecnica (sostanzialmente di dimensione regionale) e che i primi bandi di secondo livello sono andati pressoché deserti, oppure i partecipanti sono stati esclusi, la falcidia in arrivo è presto calcolabile.

Il paradosso

Il paradosso è che tale scenario non è deleterio solo per i fornitori di servizi di media audiovisivi che non troveranno spazio e che quindi saranno costretti alla chiusura. Lo è, infatti, anche per gli operatori di rete assegnatari delle frequenze.

Fonte: newslinet.com

L’avvento delle tecnologie sta cambiando la vita di tutti i giorni

L’avvento delle tecnologie sta cambiando la vita di tutti i giorni. Anche il mondo del lavoro ha subito cambiamenti radicali in seguito allo sviluppo di nuovi sistemi di comunicazione e di produzione che richiedono nuove professioni dedicate.

Professioni: le opportunità

Quando si è alla ricerca di un impiego, perciò, l’importante è sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie per avviare una carriera redditizia e duratura. Seguire la trasformazione digitale è la chiave per rimanere al passo con i tempi.

Opportunità di formazione

Come entrare a far parte di questo settore? Una strada è quella di conseguire una laurea in informatica, economia o in qualsiasi altro settore che abbia a che vedere con il mondo digitale, con la gestione di grandi quantità di dati e che dia una formazione che punti a sviluppare le capacità di problem solving e le soft skills.

Corsi intensivi online

Una validissima alternativa, invece, è quella di seguire dei corsi intensivi online, come ad esempio i corsi proposti da Aulab, che possono essere seguiti da chiunque, anche partendo da zero, e che servono a formare in breve tempo delle figure professionali, come web developer, pronte per essere inserite nel mondo del lavoro.

Competenze necessarie

Una volta acquisite delle conoscenze base, bisogna pensare ad una possibile carriera. Il fatto è che, come in qualsiasi altro ambito, bisogna darsi da fare, e probabilmente ci sono migliaia e migliaia di persone là fuori con le stesse competenze. Un punto importante da capire per chi vuole lavorare nel mondo delle tecnologie informatiche è che bisogna tenersi sempre al passo con i continui cambiamenti.

Aggiornamenti

Seguire corsi di aggiornamento e aumentare le proprie conoscenze, dunque, diventa il punto di forza per chi vuole farsi distinguere dagli altri.

Le professioni più richieste

Quando ci si affaccia al mondo del lavoro, bisogna iniziare a capire quali sono le professioni più richieste, e una volta fatto questo, l’importante è muoversi nella direzione che sembra più adatta alle proprie esigenze. Negli ultimi tempi il mercato si sta orientando verso alcune figure in particolare:

  • Sviluppatore: il tecnico che in genere produce applicazioni o sistemi software;
  • Programmatore: la figura che tra le varie mansioni si occupa anche di codificare un algoritmo per risolvere un problema nel codice sorgente di un software da far eseguire ad un elaboratore;
  • Cybersecurity expert: la persona che si occupa della sicurezza informatica ed evita che potenziali minacce possano danneggiare intere banche dati;
  • Innovation manager: un professionista che aiuta le aziende nel processo di digitalizzazione o conversione digitale, innovando i processi interni e aumentando la competitività sul mercato;
  • Data scientist: la figura che si occupa di analizzare enormi quantità di dati per capire quali siano le tendenze e le opportunità per le aziende, ma anche per scoprire i loro punti deboli.Un data scientist va solitamente ad indagare sui bisogni, sulle motivazioni e sui comportamenti dei consumatori, per trovare una soluzione che miri alla soddisfazione del cliente e porti all’aumento dei guadagni dell’azienda;
  • Docial media manager: la persona che si occupa di gestire le piattaforme social per far sì che il marchio dell’azienda venga riconosciuto e riesca a raggiungere il maggior numero di persone possibile;
  • UX designer (user experience designer): il tecnico che progetta la struttura logica di un sito o di un’applicazione, in altre parole ha a che vedere con lo sviluppo front-end;
  • UI designer (user interface designer):la figura che si occupa di disegnare fisicamente le interfacce di utilizzo di un prodotto, tenendo conto del target del sito o dell’applicazione sui quali sta lavorando, per garantire un’esperienza migliore per tutti gli utenti.

Fonte: newslinet.com

Il fascino del festival senza pubblico aiuta lo share Rai

Il fascino del festival senza pubblico aiuta lo share Rai a marzo, che sulle 24 ore registra il +6% rispetto a Mediaset. Crescono così i proventi pubblicitari che a febbraio avevano risentito dello slittamento del festival.

L’unico canale della concessionaria pubblica a non brillare è Rai Due, superato da Italia 1.

Spicca, tra gli altri canali, Discovery, che registra il 5,8% in prima serata e il 7,5% in seconda. Aumentano anche gli spettatori medi mensili, 14 mln nelle 24 ore e 27,5 mln nel prime time.

Fonte: newslinet.com

Le dichiarazioni del patron di Facebook a favore dei piccoli creator: rapporti con Spotify ed ombre

In una recente intervista rilasciata a Casey Newton (fondatore della newsletter Platformer), il numero uno di Facebook ha parlato dei nuovi prodotti audio su cui ha investito, tra cui Soundbites, Live Audio Rooms e la nuova funzione per i podcast e della centralità dei piccoli creator per il futuro dell’app. Sviluppi che fanno sorgere degli interrogativi sui futuri rapporti con Spotify.

L’intervista è stata registrata a distanza su Discord, una delle prime piattaforme di interazione audio. Zuckerberg ha subito mostrato apprezzamento per il servizio. Non a caso, viene da pensare, visti i recenti sviluppi di Facebook.

Rispondendo a una domanda di Newton, Zuckerberg ha affermato che i grandi investimenti in campo audio che le compagnie tecnologiche stanno portando avanti sono dovuti al grande potenziale di questo mezzo. La grande accessibilità e il fatto che non richieda attenzione visiva, infatti, aumentano le occasioni di fruizione.

Anche dal punto di vista del creatore, ha aggiunto Zuckerberg, è più accessibile. Una produzione audio richiede un set up ridotto rispetto alla realizzazione di un contenuto video e nel contempo non si è costretti a guardare un monitor durante la registrazione.

Un punto chiave dell’audio è la possibilità di interagire con i principali tipi di formati della comunicazione. Testi, immagini e video si possono intersecare con l’audio e far nascere così un prodotto interessante.

Zuckerberg ha confermato la lunga partnership con Spotify di cui si dice soddisfatto. Ma ha anche aggiunto che questo nuovo prodotto è pensato esclusivamente per l’app di Facebook. È chiaro che uno dei punti cardine della mossa dei californiani è mantenere il più possibile gli utenti all’interno del loro servizio.

Si potrebbe pensare ad una rottura in vista. Tuttavia, Zuckerberg ha aggiunto che la nuova funzione del player per l’app è stata sviluppata proprio insieme agli svedesi. Il progetto a cui hanno lavorato insieme, chiamato Project Boombox, sembra dunque confermare la collaborazione tra i due colossi. In realtà alimenta ancora di più i dubbi. È spontaneo chiedersi come mai Spotify collabori allo sviluppo di una funzione che sulla carta sembra portare via utenti dalla sua piattaforma, per regalarli a Facebook.

Zuckerberg è stato poco chiaro su questo punto e Newton non ha indagato ulteriormente, ma è certo che ci sia dell’altro. Probabilmente la risposta è nascosta negli accordi tra Facebook e Spotify. Si potrebbe ipotizzare che il social lasci la gestione dei player agli svedesi, vista la loro esperienza nel settore. I prossimi mesi e i dati di ascolto delle due app ci daranno la risposta.

Fonte: newslinet.com

Nel 2020, la Polizia Postale ha registrato almeno 98mila casi di phishing

Nel 2020, la Polizia Postale ha registrato almeno 98mila casi di phishing, le più comuni truffe informatiche, con un trend in crescita ormai da diversi anni. Come difendersi senza rinunciare alle opportunità che internet è in grado di offrire?

Come in ogni settore, il rischio zero non esiste. Ci sono però alcune indicazioni che se applicate riducono drasticamente la possibilità di finire vittima di scam. Si tratta di principi di buon senso: gli stessi che adottiamo nella vita di ogni giorno quando entriamo in un negozio o incontriamo uno sconosciuto.

Tanto per iniziare, per evitare di cadere in truffe online è opportuno diffidare di offerte improbabili o di siti che non hanno recensioni. Di solito, offrono condizioni molto più vantaggiose di altri e il motivo è semplice: probabilmente c’è una fregatura! Questo ragionamento vale per i siti di acquisti online, quelli di scommesse o di gioco sul web, che vanno sempre più per la maggiore.

Una regola generale in questi casi è quella di preferire i siti web che abbiano una certa fama e le piattaforme di shopping legate a brand famosi come Zalando o Amazon.

Una delle tecniche più usate per carpire dati personali, come i dati bancari o della carta di credito, è il cosiddetto Scam. Si tratta di una delle tante truffe online, invero piuttosto semplice, ma che pare funzionare bene. Prevede l’instaurazione di un legame tra il truffatore e il truffato: magari via email o social network (come Facebook) o una chat di messaggistica (WhatsApp).

Fonte: newslinet.com

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