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L’aggiornamento del parco televisori non si è allineato alle previsioni effettuate quasi un lustro indietro

Secondo l’antico modello italico, con ogni probabilità, la vicenda della roadmap del refarming della banda 700 MHz finirà con un compromesso. Lieve aggiustamento dei tempi (due o tre mesi) e via andare.

Possibilmente non contro il muro. Sì, perché la diffusione delle varianti del processo migratorio rischia di comprometterne l’architettura stessa. Elaborata ormai oltre 4 anni fa.Per esempio, l’aggiornamento del parco televisori non si è allineato alle previsioni effettuate quasi un lustro indietro. Con l’effetto che la quasi totalità dei player nazionali non solo esclude la possibilità di poter passare al formato HEVC/H265 a giugno 2022, ma ora mette in dubbio anche l’opportunità di adottare la codifica esclusiva Mpeg4 (H264) da settembre 2021.

Quindi se – di compromesso in compromesso – si consentisse la prosecuzione dell’attività dei programmi in Mpeg2 prima e Mpeg4/H264 poi (in luogo di HEVC/H265), la capacità trasmissiva disponibile (a fronte dell’abbandono della banda 700 MHz a favore delle telco) sarebbe insufficiente per ospitare i contenuti televisivi esistenti. Soprattutto quelli locali.

A questo punto, per estendere i lembi della coperta, il Ministro allo Sviluppo Economico Giorgetti, se non vuole essere ricordato come Giancarlo I, lo sterminatore delle tv locali, non avrà altra scelta che ottimizzare lo sfruttamento ad oltranza delle risorse scarse, cioè le frequenze.

Il 12 marzo, infatti, l’agenzia Reuters aveva confermato che RTL era alla ricerca di acquirenti per M6

RTL Group, dopo la vendita di M6, cede anche le attività televisive in Belgio a DPG Media e Rossel. Nel frattempo, in Olanda, il gruppo stringe un accordo con Talpa Network per contrastare l’avanzata degli OTT.

RTL Group, azienda lussemburghese leader nel settore radio-televisivo, torna a far parlare di sé. Le operazioni della società di cui si era trattato in articoli precedenti, hanno visto un nuovo sviluppo.

Il 12 marzo, infatti, l’agenzia Reuters aveva confermato che RTL era alla ricerca di acquirenti per M6: pacchetto composto da cinque canali televisivi, tra cui l’omonimo M6. Erano subito trapelate voci di un interesse da parte di TF1.

Circa un mese dopo, tra il 17 e il 18 aprile, il gruppo Bertelsmann RTL ha confermato le voci, annunciando l’avvenuta fusione tra M6 e TF1, del gruppo Bouygues.

Dopo le operazioni in Francia, il gruppo RTL conclude un’altra importante manovra nel settore televisivo in Belgio. Qui, la società ha ceduto le proprie attività a DPG Media e a Groupe Rossel, importante compagnia editoriale belga francofona.

Prima considerazione: la decrescita di ascolto si correla con quella del traffico?

L’ultima edizione della ricerca TER, con i suoi dati in forte decrescita per molte reti nazionali, ha sollevato vivaci discussioni. Abbiamo letto molte ipotesi a riguardo delle motivazioni del calo dell’ascolto del medium radiofonico in generale. Sono stati pubblicati (anche da noi) commenti su network specifici e sui social sono stati espressi dubbi sulla sostanza di qualche super performer dell’area nativi digitali. Ma questi dati hanno ancora un qualche valore?

Partiamo dai dati, ben esposti nella tabella riassuntiva pubblicata da Marco Biondi (direttore di stazione di Giornale Radio, cioè uno dei nativi digitali) su Linkedin. In due anni (secondo la società TER, partecipata solo da editori radio) il medium radiofonico avrebbe perso il 4.6 % degli ascoltatori.

Saltano all’occhio due risultati particolarmente negativi: quello delle due emittenti che forniscono un riconosciuto servizio per la viabilità e sono facilmente sintonizzabili ovunque. Parliamo, naturalmente, di Isoradio per le autostrade e di RTL 102.5 (con la sua quasi isofrequenza e il suo importante marchio Via radio) per la rete stradale in generale.

Prima considerazione: la decrescita di ascolto si correla con quella del traffico?

Proviamo a verificare l’indice di mobilità rilevato da Anas (detto IMR). Prendendo ad esempio il mese di marzo 2021, troviamo questa affermazione: “È del +48% l’aumento dell’IMR del marzo scorso (2021) rispetto a quello dell’anno precedente (2020) che era stato del –55% rispetto al 2019”.

Detto così non pare immediatamente decodificabile.

Facciamo dunque il conto: posto 100 il 2019, abbiamo avuto una diminuzione del 55% nel 2020; a questo dobbiamo applicare un aumento del 48% nel 2021.

Risultato: il traffico a marzo 2021 era il 66.6% di quello a marzo 2019, ovvero una diminuzione del 33.4%.

Almeno così è convinta l’Antitrust, che ha avviato un nuovo procedimento istruttorio nei confronti della società BAT Italia S.p.A.

Anche gli influencer nostrani, come gli OTT mondiali del web, sfuggono alla regolamentazione nazionale sulla pubblicità. Creando una sperequazione con i media tradizionali (Radio, Tv, Editoria), ipercontrollati nella diffusione di messaggi pubblicitari diretti ed indiretti.

Almeno così è convinta l’Antitrust, che ha avviato un nuovo procedimento istruttorio nei confronti della società BAT Italia S.p.A. e degli influencer Stefano De Martino, Cecilia Rodriguez e Stefano Sala. Contestata a tutti la pubblicità occulta sui social media.

Secondo l’Autorità garante della concorrenza e del mercato “gli influencer Stefano De Martino, Cecilia Rodriguez e Stefano Sala avrebbero diffuso post invitando i follower a pubblicare contenuti con tag e hashtag collegati alla campagna pubblicitaria del prodotto Glo Hyper“.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato “prosegue l’attività di contrasto a forme di pubblicità occulta sui social media”. E lo fa con “l’avvio di un nuovo procedimento istruttorio nei confronti della società BAT Italia S.p.A. e degli influencer Stefano De Martino, Cecilia Rodriguez e Stefano Sala”, spiega una nota Agcm.

Tra i big, non tutti stanno attraversando un momento facile, non solo per quanto riguarda il settore dello streaming

Disney Italia si prepara alla pubblicazione del bilancio 2020 con una perdita annunciata di 6 milioni ante imposte. Neanche Disney+ e il catalogo Fox riescono a rendere competitiva la società, che arretra anche nello streaming.

In recenti articoli si è parlato degli importanti sviluppi che stanno caratterizzando il settore dello streaming. Tra OTT che acquisiscono grandi studios, come Amazon, Disney e Discovery, e Netflix che si lancia sui videogiochi.

Tra i big, non tutti stanno attraversando un momento facile, non solo per quanto riguarda il settore dello streaming. Disney sta infatti registrando perdite decisamente importanti. Tanto che la società si è trovata costretta, in Italia, a chiudere i 15 store ufficiali, licenziando 233 persone.

Una mossa che è solo l’ultima di una serie di ridimensionamenti che il colosso di Burbank si è trovato costretto a mettere in atto nel nostro paese. Nel 2019, infatti, era già stato effettuato un taglio di 44 effettivi agli organici di The Walt Disney Company Italia.

In realtà, la piramide dei media di Jacobs Media, nonostante la rivoluzione indotta dal Covid-19, non presenta profonde alterazioni dei rapporti di forza tra i mezzi dal 2020 al 2021

Certo, chi non vuole leggere quello che non desidera chiuderà gli occhi per l’ennesima volta. Ma per tutti gli altri, il rapporto Jacobs Media TechSurvey 2021 rappresenta un prezioso indicatore.

Anzi, una conferma dei rapporti di forza nella cosiddetta piramide dei media. Ma anche a riguardo dei trend sul medium radiofonico, sempre pià ascoltato per le singole personalità che veicola, piuttosto che grazie al brand di stazione.

Il rapporto TechSurvey 2021 indica peraltro una curiosa tendenza al consolidamento di mezzi non intermediati, superando la già anacronistica differenziazione tra vettore e contenuto.

In realtà, la piramide dei media di Jacobs Media, nonostante la rivoluzione indotta dal Covid-19, non presenta profonde alterazioni dei rapporti di forza tra i mezzi dal 2020 al 2021.

Ma mostra tendenze significative e costanti, alle quali possiamo prestare attenzione, oppure, come detto, girare la testa dall’altra parte.

Se la TV (lineare) rimane ancora leader, seguita da smartphone e radio via etere, notiamo che i tre mezzi non brillano. Mentre lo smartphone rimane stabile al 92% sia nel 2020 che nel 2021, la TV perde un punto percentuale e la radio due (come i social media ed i tablet).

Quei meno di 10 mln di utenti satellitari, che corrispondono agli abitanti della Lombardia, costano parecchio ad un fornitore di servizi di media audiovisivi sat

Satellite a terra? Il 2021 potrebbe diventare l’annus horribilis per la tv via sat in Italia per una serie di concause, probabilmente irreversibili. Vediamole insieme.
Allo stato la fruizione satellitare in Italia avviene sostanzialmente attraverso due piattaforme: Sky e Tivusat, che, nel 2020, si sono divisi quasi equamente meno di 10 mln di utenti (circa 4,6/4,8 mln Sky e 3,4/4,5 mln Tivusat). I telespettatori che fruiscono della tv satellitare con decoder diversi da quelli dei due aggregatori citati sono, infatti, divenuti una quota insignificante.

Quei meno di 10 mln di utenti satellitari, che corrispondono agli abitanti della Lombardia, costano parecchio ad un fornitore di servizi di media audiovisivi sat. Dopo il progressivo crollo dei costi della capacità trasmissiva sul DTT cui abbiamo assistito negli ultimi anni, possiamo dire che il rapporto costo/telespettatore tra sat/digitale terrestre può arrivare fino a 3:1 (a seconda degli operatori di rete).

Cioè, raggiungere (meno di) 10 mln di utenti sat costa fino al triplo che farlo sul DTT. E ciò se consideriamo i multiplexer nazionali. Se allarghiamo a quelli locali, la competizione è ancora più agguerrita. E beninteso, a parità di qualità trasmissiva. Già questo, pertanto, potrebbe essere un deterrente per i fornitori di contenuti che volessero optare per la veicolazione esclusiva sulla TV via satellite.

Fonte: newslinet.com

Occorre anche tenere presente che secondo le leggi francesi nessun azionista può detenere più del 49% delle quote di un’impresa del mondo media

Il gruppo Bertelsmann RTL ha confermato la fusione con TF1 (gruppo Bouygues), come si era ipotizzato già da tempo.

TF1 dovrebbe sborsare 640 milioni di euro per acquisire il 30% della nuova entità, mentre a RTL resterà comunque un 16% delle quote. Dichiaratamente anche per facilitare le negoziazioni con l’autorità garante della concorrenza.

Occorre anche tenere presente che secondo le leggi francesi nessun azionista può detenere più del 49% delle quote di un’impresa del mondo media. Garantita la presenza in borsa della nuova entità.

Il giro d’affari stimato per il gruppo dopo la fusione sarà di 3,5 miliardi di euro (2,08 miliardi lato TF1, 1,27 miliardi lato M6: apparentemente “la totalità è più della somma delle parti”), quanto basta per essere un rivale credibile di Netflix. A titolo di paragone, il fatturato del gruppo Mediaset si attesta sui 2,6 miliardi di euro.

Fonte: newslinet.com

La professione giornalistica non è un contest in cui vince chi ha più like e neppure una riffa regolata da un algoritmo oscuro

“La professione giornalistica non è un contest in cui vince chi ha più like e neppure una riffa regolata da un algoritmo oscuro, ma è invece un’attività normata dalla legge che risponde solo ai valori della Costituzione e alla deontologia professionale e che deve essere remunerata secondo tali criteri”.

OdG Lombardia vs Blasting News

Così Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia che, sulla base di questa motivazione ha invitato i giornalisti responsabili del sito/piattaforma Blasting News a modificare le condizioni contrattuali e i metodi di pagamento dei contributi giornalistici pubblicati dalla testata, registrata al Tribunale di Milano e con sede legale a Lugano (Ch).

No al giornalismo a click

“È inammissibile che la remunerazione degli articoli accettati e quindi pubblicati da Blasting News sia legata esclusivamente al (presunto) successo raccolto tra i lettori e misurato, tra l’altro, da un algoritmo interno riservato. La prestazione professionale del giornalista è da considerare una prestazione di mezzi e non di risultato, esattamente come quella di un medico o di un avvocato che vengono pagati a prescindere dalla durata della prognosi o dalla lunghezza della condanna inflitta dal giudice”.

Fonte: newslinet.com

Soprattutto perché Spotify sta colonizzando rapidamente territori vergini che avrebbero potuto essere facilmente conquistati dalla Radio

Il 2020 è stato un anno d’oro per Spotify. Ma gli editori continuano ad essere negazionisti: non è la Radio.
Eppure i numeri parlano da soli: 345 mln di utenti (+74 mln rispetto al 2019). +24% abbonati premium (totale 155 mln). +29% pubblicità. 7,9 miliardi di euro di fatturato nel 2020 vs 6,8 dell’anno precedente. Dati impressionanti. Soprattutto in epoca di pandemia e se paragonati a quelli radiofonici. Negativi sia per numero di utenti che per andamento della raccolta pubblicitaria.

Spotify non è la Radio

E allora come mai una buona fetta dei nuovi utenti di Spotify è costituita da ex ascoltatori radiofonici? Non è necessario snocciolare indagini sul punto (che pure ci sono, cfr. qui): basta chiedere a chiunque lo utilizzi tra quelli che hanno più di trent’anni. E per Amazon Music è la stessa cosa.

Il negazionismo degli editori radiofonici sta diventando imbarazzante

Soprattutto perché Spotify sta colonizzando rapidamente territori vergini che avrebbero potuto essere facilmente conquistati dalla Radio.

Podcast: questo sconosciuto per i radiofonici

Come l’area podcasting: a dicembre 2020 i podcast di Spotify erano 2,2 mln. Cioè 300.000 in più rispetto al trimestre precedente. E l’area podcast è quella che ha essenzialmente trascinato la raccolta pubblicitaria. Che nel solo ultimo trimestre 2020 è stata pari a 281 milioni di euro (+29%).

Erosione costante

Certo, poca cosa rispetto al ricavato complessivo, ma comunque spia di una costante erosione. Anche perché i centri media ormai inseriscono la pianificazione pubblicitaria su Spotify nell’area Radio.

La radio non comprende l’importanza dell’on-demand a pagamento

A differenza della televisione (dove praticamente tutti i player hanno presidiato lo streaming video on demand) la Radio non ha ancora compreso l’importanza dell’audio a pagamento, puntando tutto sull’anacronistico totally free.

Gratis non è più un valore aggiunto

Eppure, a dispetto di ogni considerazione sullo stato di crisi economica mondiale, gli utenti di Spotify mostrano di gradire le soluzioni pay. Magari a costi contenuti e con offerte sempre più flessibili, come Spotify Premium Mini con funzioni più limitate, destinato a mercati più poveri (come India e Indonesia).

HQ

E mostrano di gradire anche la musica HQ, mentre molti editori radio si ostinano a proporre streaming a basso birate. Come se il consumo dati con le attuali tariffe flat e giga inutilizzati fosse ancora un deterrente.

Fonte: newslinet.com

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