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Mercato pubblicitario in calo nel bimestre gennaio-febbraio 2021

Mercato pubblicitario in calo nel bimestre gennaio-febbraio 2021. Ancora in negativo gli investimenti pubblicitari sul mezzo radiofonico, che registrano il -32,7% rispetto al primo bimestre 2020. Malissimo anche quotidiani, periodici, outdoor, transit e direct mail. Nel complesso, febbraio 2021 chiude a -12,3% rispetto a febbraio 2020.

Nel primo bimestre dell’anno, gli investimenti nel mercato pubblicitario chiudono a -8,7%. Dato che subisce un ulteriore decremento del 6% (raggiungendo, dunque, quota -14,7%), escludendo dalla raccolta web la stima Nielsen su search, social, annunci sponsorizzati (classified) e degli over the top (OTT).

In merito alla flessione riscontrata, Alberto del Sasso (AIS Managing Director di Nielsen), in un’intervista rilasciata al quotidiano ItaliaOggi, ha dichiarato: ”Pochi ricorderanno che il mese di febbraio 2020 è stato quello di maggiore crescita rispetto ai 18 mesi precedenti, ma non tutti ricordiamo che febbraio segna il confine tra il “prima” e il “dopo” per le nostre vite, l’economia ed anche la nostra industry”.

Fonte: newslinet.com

Se Facebook implementa una nuova funzione audio, è possibile che la radio possa trarne vantaggio

Se Facebook implementa una nuova funzione audio, è possibile che la radio possa trarne vantaggio. Il social punta allo streaming, ma potrebbe aver aperto una nuova strada per i broadcaster.

Nel tardo pomeriggio italiano del 19 aprile 2021, ha avuto luogo F8, l’annuale conferenza che Facebook tiene per gli sviluppatori e gli imprenditori che sviluppano prodotti legati al social. Quest’anno, come detto in precedenza, il fulcro della conferenza e delle novità presentate da Mark Zuckerberg è stato il comparto audio.

L’interazione di Facebook con le app legate allo streaming audio è cosa già consolidata da tempo. La novità che arriverà per l’estate è lo sviluppo di funzioni equivalenti a quelle sopracitate, ma totalmente interne all’app.

La scommessa del social californiano consiste nel portare l’utente ad ascoltare i podcast direttamente dall’app o dal sito di Facebook, tramite una funzione collegata a Spotify, che conferma la collaborazione tra Menlo Park e gli svedesi.

Fonte: newslinet.com

Sky News 24 ha deciso di inserire nei propri notiziari un’informazione piuttosto completa sui guai del concorrente

Sky News 24 ha deciso di inserire nei propri notiziari un’informazione piuttosto completa sui guai del concorrente. Non mancando di sottolineare come sul proprio canale Dazn1 (sull’identificatore LCN Sky 209) l’emissione non abbia avuto problemi. Come dire, meglio essere clienti Sky che di DAZN.

Alle 21.17 di domenica DAZN decide poi di fare i nomi: il responsabile del disastro è il partner Comcast Technology Solutions (CTS), i cui problemi avrebbero impattato anche altri broadcaster stranieri. Questa volta il tweet è in minuscolo, ma colpisce comunque la decisione di accusare pubblicamente una società terza. E non una qualunque.

Utilizzando lo slogan We’re reinventing media and entertainment technology, CTS sviluppa tra l’altro soluzioni e infrastrutture necessarie alla delivery IP di contenuti multimediali. Una delle tecnologie proposte, denominata Multi-CDN approach, è proprio focalizzata sulla distribuzione affidabile di contenuti video utilizzando una strategia con CDN multiple.

Nello schema illustrativo possiamo notare ad esempio la citata Amazon Web Services ma anche Akamai, oltre alla CDN proprietaria di Comcast.

Ma – al di là degli aspetti tecnici – è il nome Comcast che ci ha fatto sobbalzare dalla sedia. Si tratta ovviamente della società che ha rilevato Sky da Murdoch nel 2018: la casa madre del broadcaster sconfitto da DAZN nella battaglia per i diritti della Serie A. Additata dunque pubblicamente come responsabile dei disservizi DAZN.

Come abbiamo visto il tweet di DAZN si conclude affermando che altri broadcaster stranieri avrebbero sofferto delle medesime problematiche.

Non siamo per ora in grado di effettuare un controllo completo, ma da nostre verifiche risulta che l’Eurosport Player – che utilizza anch’esso il CDN Comcast – ieri pomeriggio non ha sofferto alcun problema.

Fonte: newslinet.com

… male a febbraio SkyTg 24, Il Tempo e Il Sole 24 Ore

Siti di news: male a febbraio SkyTg 24, Il Tempo e Il Sole 24 Ore. In crescita invece Il Corriere Adriatico, Il Mattino e Il Riformista. Nella classifica delle maggiori properties in Italia, 7 editori online di nazionalità italiana sui 10 complessivi.

ComScore, società di ricerca web, analizzando i dati di audience relativi a febbraio 2021, ha constatato che la fruizione di contenuti di informazione su internet è calata rispetto al mese precedente. Alcuni siti di news, tuttavia, hanno registrato un trend positivo rispetto a gennaio. Un ulteriore dato interessante che emerge dalla ricerca è la presenza, nella classifica delle maggiori properties in Italia, di 7 editori online di nazionalità italiana sui 10 complessivi.

Rapportati a febbraio 2020, i dati registrano un aumento dell’audience pari al 2%, mentre non si può dire lo stesso del tempo di fruizione, in calo del 4%.

Invece, dal confronto di questi ultimi risultati con quelli relativi a gennaio 2021, si riscontra una flessione negativa in entrambi i campi considerati.

La classifica dei principali siti web di news mostra le medesime 7 posizioni iniziali di gennaio 2021, seppur con qualche decremento percentuale.

Così, la testa della classifica rimane occupata dal network di siti locali Citynews con 32,20 milioni di utenti mensili (-1% su gennaio 2021).

Al secondo posto è ancora presente Ciaopeople, gruppo proprietario di Fanpage, con 31,55 milioni di utenti (-1%).

Nonostante il generale trend negativo, alcuni siti di news spiccano per risultati positivi.

Nello specifico, le prime pagine ad aver avuto un incremento sono il Corriere Adriatico (+39%, su un totale di 2,21 mln) e Il Mattino (+ 29%, su 9,58 mln), entrambi di proprietà del gruppo Caltagirone Editore e focalizzati sull’informazione se non strettamente locale, quantomeno areale.

Fonte: newslinet.com

Dopo Francia e Australia, anche in Italia Google annuncia la definizione di un accordo di licenza con gli editori

Dopo Francia e Australia, anche in Italia Google annuncia la definizione di un accordo di licenza con gli editori. L’obiettivo è ovviamente quello di uniformarsi ai diritti previsti dall’Articolo 15 della Direttiva Europea sul Copyright.

L’elenco delle parti editoriali è piuttosto ampio, includendo sia grandi gruppi (come Sole 24Ore, Monrif, RCS Media Group, Il Fatto Quotidiano, Libero) che realtà locali come Citynews e Vareseweb.

Il commento di Google: “News Showcase permetterà agli editori di rafforzare la propria relazione con i lettori, sviluppare nuovi modelli per la monetizzazione dei contenuti e trarre beneficio dall’aumento di traffico verso il proprio sito” – spiega Fabio Vaccarono, Vice President di Google e Managing Director di Google Italy – “Sarà disponibile in Italia nei prossimi mesi“.

Fonte: newslinet.com

…acquisendo la concessione per la vendita degli spazi pubblicitari di Kiss Kiss

Sky Media (Comcast) è entrata nel mondo radiofonico, acquisendo la concessione per la vendita degli spazi pubblicitari di Kiss Kiss. Succedendo alla System 24 Ore, che ovviamente la vendeva insieme a Radio 24.

Un annuncio che, secondo alcuni, sarebbe l’inizio di grandi manovre nel comparto radiofonico, con presumibile imminente alterazione degli equilibri. Per noi, invece, non è così. E vi spieghiamo perché.

Non è la prima volta che Sky si è avvicinata al mondo radiofonico. Tuttavia, quando lo aveva fatto, si prospettavano ingressi in grande stile.
Come ai tempi della liaison con il gruppo L’Espresso, non ancora GEDI (quindi ben prima del 2016). Si trattava, insomma, di mettere le mani su quello che oggi è commercialmente il maggior gruppo radiofonico italiano.

Kiss Kiss è un’emittente che ha registrato ottime performance d’ascolto (3,1 mln di utenti nel giorno medio nel 2° semestre 2020 secondo i dati di ascolto TER). Ma, in quanto entità singola, in un sistema di vendita di masse d’ascolto come quello dei centri media, commercialmente non può certamente soddisfare gli appetiti di un player come Sky Media.

È risaputo che Sky non se la sta passando bene, posta come è sotto il bombardamento degli OTT dello streaming video on demand come Netflix, Amazon, Disney, ecc. Che continuano a sottrargli utenti paganti inducendola anche a cambiamenti radicali sul modello degli abbonamenti.

Per non parlare dell’ultimo, durissimo, colpo inferto da DAZN sul fronte dei diritti sportivi. La cui portata devastante non si è ancora in grado nemmeno di valutare.

Fonte: newslinet.com

Tornano blog e newsletter

Facebook farà scomparire i like e resteranno solo i follower. Disattiverà Analytics e apporterà una rivoluzione nel news feed.

Ma avremo un maggior controllo su ciò che condividiamo e ciò che compare sulla nostra pagina. Diminuirà la visibilità dei post organici delle pagine e quindi l’investimento economico delle aziende dovrà aumentare.

Dopo anni in cui i social network sono stati il punto centrale di molte strategie ora si assiste al ritorno di blog e newsletter, strumenti che si pensavano superati. Inoltre, le radio stanno finalmente cominciando a comprendere le potenzialità dei podcast.

Fonte: newslinet.com

… sulla strada della sovranità digitale

Un’analisi a freddo sul caso OVH fa emergere qualche dubbio sui fatti e soprattutto palesa in modo pesante le mancanze dell’Europa e l’attuale inefficacia del suo piano per la sovranità digitale denominato Gaia-X.

L’incendio

Sono passati pochi giorni dall’incendio dei data center OVH di Strasburgo riportato a tempo record dalla nostra testata. Da subito sono state feroci le accuse alla società, ritenuta rea di aver realizzato dei data center modulari a container e di non aver promosso un backup automatico dei sistemi ospitati. Ma c’è ancora molto da dire.

Sovranità digitale

Con sovranità digitale si fa riferimento alla facoltà di disporre direttamente dei propri dati con adeguati livelli di protezione e riservatezza. Obiettivo che era facile ottenere prima dell’avvento del cloud (ciascuno disponeva di hardware proprio), mentre oggi è molto più complesso. E ciò in conseguenza del fatto che con il cloud i dati sono memorizzati “da qualche parte” a cura di terzi.

Cloud nel futuro

Per motivi economici opporsi a questo trend non è facile e infatti molte basi dati e applicazioni critiche stanno migrando verso il cloud, monopolio di fatto di poche grandi aziende statunitensi.

OVH, un provider low cost

Iniziamo con una breve difesa di OVH. L’azienda è definita un provider low cost. In realtà non era un segreto che lo fosse: addirittura la cosa fu ripetuta più volte durante un servizio della tv francese TF1 andato in onda nel 2014.

(In)consapevolezza del low cost?

Non sappiamo però se gli utenti finali, che spesso acquistano i servizi di OVH tramite terze parti o provider di servizi verticali, beneficiassero di questo prezzo “low” o fossero in alcun modo informati del fatto.

Erano davvero container?

Molte analisi fatte dalla stampa e riprese anche dalla nostra testata puntano il dito sul fatto che il data center incriminato fosse costituito da container. Questi sarebbero meno protetti in caso di incendio rispetto ad una tradizionale struttura in calcestruzzo.
Le immagini Eppure le immagini del palazzo al divampare dell’incendio suggeriscono che non si sia sviluppato nei container, bensì nell’edificio a fianco, una ex fabbrica ArcelorMittal riconvertita (sembra anche con qualche struttura interna in legno). In ogni caso i container durante l’incendio non appaiono affatto toccati dalle fiamme.

Una struttura comunque sofisticata

La società viene riportata ad un’immagine di serietà e competenza anche in virtù di un’altra considerazione: i server, tutti prodotti in-house, erano raffreddati con un sistema innovativo ad acqua. Inoltre il concetto “data center in container” è proposto anche da altre aziende non proprio secondarie, quali Google e Microsoft.

Lo spionaggio della NSA

In che modo questa vicenda può essere ricondotta al fallimento dell’Europa sulla strada per una sovranità digitale? Da tempo il presidente francese Emmanuel Macron ha indicato nel possesso fisico dei dati messi in cloud dalle aziende europee un obiettivo imprescindibile. Questione strategica: basti pensare alla possibilità comprovata da parte della NSA statunitense di spiare i dati in transito tra i data center americani. Per non parlare del fatto che questi sono comunque sottoposti ad eventuali subpoena (richieste di produzione di dati anche riservati) da parte della magistratura statunitense.

Una prima risposta

La prima risposta a questi dubbi da parte dei grandi fornitori cloud è stata di creare data center in Europa. Per questi Amazon (AWS) e Microsoft (Azure) forniscono anche numerose cerfiticazioni di conformità – a volte con audit di terze parti – riguardanti perfino l’adesione alle regole GDPR.

Tutto risolto?

No, perché nel 2018 il Congresso degli Stati Uniti d’America ha reso legge il “Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act” (appellativo spiritosamente costruito per dar luogo all’acronimo CLOUDa).

Ingerenza federale

Tramite questa legge le agenzie federali possono obbligare le società USA (tramite mandati o citazioni) a fornire al governo tutti i dati eventualmente richiesti. Comprese le informazioni appartenenti a entità estere ed ospitate in territorio esterno agli Stati Uniti.

Sovranità informatica

Gli europei possono dunque legiferare come preferiscono, ma per le società americane prevale la legge americana ed i dati nei server cloud di Amazon, Google Oracle e IBM ospitati in Europa non sono al sicuro.

Gaia-X: un progetto per la sovranità digitale

Per risolvere il problema la Germania e la Francia hanno promosso un’iniziativa denominata Gaia-X. Obiettivo, come recita la home page del progetto, è quello di “creare un’infrastruttura sicura e federata che assicuri i più alti standard di sovranità digitale promuovendo nel contempo l’innovazione”. Quando e cosa l’organizzazione partorirà resta da vedere. L’impressione è però quella di trovarsi di fronte a un classico progetto europeo, molto ambizioso e assai burocratico.

Le riserve su Gaia-X

Innanzitutto il concept stesso non è chiaro: leggendone la home page troviamo un lungo elenco di ottime proposizioni. Con frasi quali “open digital ecosystem” o “federated data infrastructure that connects centralised and decentralised infrastructures in order to turn them into homogeneus, user-friendly systems”.
Pochi – ci sembra – i riferimenti concreti alle tecnologie supportate (esempio: ci saranno server Oracle? Oppure solo tecnologie di pubblico dominio, quali Postgres?).

Capacità di competizione

Viene da porsi inoltre qualche interrogativo sulla capacità di competere da parte di una giovane struttura di fatto creata da un comitato e su stimolo della politica (si veda il grafico precedente sull’entità degli investimenti necessari per divenire un cloud provider).

OVH e gli investimenti per la sovranità digitale

Torniamo ad OVH e agli investimenti per finanziare la sovranità digitale. Gaia-X è per ora un progetto ed ha un budget di 10 miliardi di euro (presi dalle tasse dei contribuenti). OVH è invece una struttura già avviata, che si è fatta largo combattendo dall’Europa contro i giganti statunitensi e con capitali propri. Per crescere ulteriormente voleva far riferimento alle borse europee, operazione attualmente in stand-by come abbiamo riportato la settimana scorsa.

Un’opinione che pesa: Frédéric Filloux

Il professore di giornalismo e fondatore di Deepnews.ai Frédéric Filloux è sceso in campo osservando come la scelta dello Stato Francese di non aiutare questa società appaia molto grave, soprattutto alla luce del dirigismo innato e radicato della nazione. Sarebbe stato infatti facile – afferma – imporre alla Banque Publique d’investissement (equivalente francese della Cassa Depositi e Prestiti) di entrarne nel capitale, affiancandosi al contempo al fondatore nelle scelte strategiche (magari consigliandogli strutture meno low-cost).

L’alternativa di Macron

In alternativa Macron avrebbe potuto far sì che un’altra grande azienda che fa riferimento allo Stato, la ex France Telecom (Orange, 23% statale) utilizzasse i servizi di OVH divenendone anche partner tecnologico e finanziario.
Entrambe le scelte avrebbero potuto rafforzare una realtà già leader, fornendo alle aziende europee una reale possibilità di sfuggire al rischio dei cloud statunitensi. E forse a questo lungo black-out. (M.H.B per NL)

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