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RAI propone una regione pilota per vedere l’effetto che fa

NL ha potuto esaminare un documento riservato a riguardo della vexata quaestio dello switch-off FM/DAB+. Ne daremo conto nei prossimi giorni. Intanto, però, a rinverdire il tema, ci pensa Roberto Sergio, direttore di Radio RAI, principale sostenitore proprio su queste pagine dell’opportunità per la radio di abbandonare l’analogico.

“Individuiamo una regione pilota, dove iniziarlo”, è la sua nuova proposta. “Facciamo come con lo switch off televisivo, con alcune aree regionali che hanno spento il segnale per prime, fornendo indicazioni utili per il completamento del passaggio al segnale digitale”.

90 anni di Via Asiago 10

A margine degli eventi sui 90 anni di via Asiago 10, il direttore di Rai Radio disegna un possibile scenario per una transizione graduale al digitale.

Costi energia elettrica alla stelle impongono riflessione

In occasione dell’apertura al pubblico della sede di via Asiago per i 90 anni di attività, Roberto Sergio è tornato sul tema dello spegnimento dell’FM con una “proposta concreta”. “Lo scenario attuale – ha dichiarato – con i costi dell’energia alle stelle impone più che mai una riflessione seria sullo spegnimento del segnale FM”.

Analogia

La rete analogica, come è noto, ha costi molto alti di manutenzione e di alimentazione, con un dispendio di energia elettrica “molto più importante rispetto alla rete digitale e un conseguente alto livello di inquinamento elettromagnetico”.

Transizione al digital only e spegnimento dell’FM è tema che non può più essere rimandato

“Credo che la transizione al digital only e lo spegnimento dell’FM sia un tema che non può più essere rimandato – ha continuato Sergio – . In questi giorni ho avuto dei colloqui con colleghi di altre radio e ho avuto modo di notare un inizio di convergenza di idee su questo argomento.

Individuiamo una regione d’Italia in cui completare tutti insieme la copertura del DAB+ e conseguentemente spengere l’FM

Più volte ho chiesto di sederci tutti intorno a un tavolo per definire una data di switch over e switch off. In attesa che si arrivi a una tale decisione, potrebbe essere utile ragionare in termini di regione pilota. Individuiamo una regione d’Italia in cui completare tutti insieme la copertura del DAB+ e conseguentemente spengere l’FM, coordinando tutte le attività di comunicazione e informazione ai cittadini. Poi analizziamo il feedback e ragioniamo sulle tempistiche per il resto d’Italia”.

DTT maestro: Sardegna regione pilota?

Un percorso simile, ha sottolineato Sergio, del resto “è stato realizzato in occasione dello switch off televisivo, con alcune aree regionali che hanno spento il segnale per prime, fornendo indicazioni utili per il completamento del passaggio al segnale digitale, avvenuto ormai 10 anni fa“.

In collaborazione con: newslinet.com

Analisi e prospettive del re gli OTT

L’abbiamo letto ormai ovunque: la grande perdita di abbonati di Netflix nel primo trimestre 2022 ha causato un tonfo nel valore della società in borsa, crollata del 35,12% in una sola notte. Una domanda ce la siamo posta subito: davvero un -0,09% è una grande perdita? In ogni caso, al di là del caso specifico, sembra che la bolla speculativa degli SVOD potrebbe aver iniziato a sgonfiarsi.

I numeri

Cominciamo col dire che di grande perdita non si tratta.
Un calo di 200.000 abbonati su una base di 221.800.000 è pari a -0,09%, decisamente un’inezia. Tuttavia, proviamo a mettere le cose in prospettiva.

Effetto covid? Maybe not

Utilizzando i dati di Statista, visibili nella tabella a sinistra, abbiamo elaborato un grafico che vede nella linea solida la rappresentazione della progressione degli abbonati nel periodo Q1 2013-Q4 2021 e in quella trasparente la regressione polinomiale ottenuta fermandoci al dicembre 2019 ed estrapolando i dati suvvessivi.

Non fatevi ingannare

I numeri seguenti, in rosso, sono relativi al periodo del lock-down e in effetti il motivo della regressione è di capire se davvero il Covid aveva causato un aumento anomalo degli abbonati. A nostro avviso la risposta è no, ma per non essere troppo contrarian invitiamo i lettori a farsi un’idea personale analizzando i dati.

Titolo Netflix

Possiamo ora paragonare la progressione del numero degli abbonati con quella del valore del titolo Netflix (potrebbe sembrare “mele con pere”, ma i due dati sono correlati, come vedremo), relativamente al periodo 2013-2022.

Mele e pere

Passando da 34,4 a 221,84 milioni, i “subscribers” sono aumentati del 655%. Se ci limitiamo ad analizzare l’andamento del titolo dal 2013 a fine 2021 (dunque prima del crollo) notiamo una crescita da 30,85 a 620,4 dollari/azione, pari a un incremento del 2011,0%. Ma se teniamo conto del crollo di aprile, che ha portato il valore della società a 226,2 dollari/azione, otteniamo una crescita paria al 733%.

Fine della bolla speculativa

Colpisce come questo crollo abbia allineato in modo quasi perfetto la percentuale di crescita del numero degli abbonati con quella del valore della società (+655% vs +733%) , il che ci porta a concludere che precedentemente Netflix fosse – come si usa dire – “in bolla” (e che probabilmente Warren Buffet – persona attenta ai fondamentali e non alle speculazioni – non abbia perso ieri neppure un dollaro).

E gli altri?

Mors tua, vita mea? Neppure per sogno: ben lontani da guadagnare dalle sfortune di Netflix anche gli altri OTT hanno visto un aggiustamento, con Walt Disney che ha perso il 5%, Warner Bros Discovery il 5,7% e Paramount oltre il 10%. Perfino Roku ha subito il colpo (di Netflix), perdendo ieri il 4,3% del suo valore.

Caccia agli evasori

Mentre gli analisti si stanno sbizzarrendo in numerose analisi (la più singolare quella che equipara Netflix al vecchio mondo dei packages stile Sky), più interessante ci pare l’analisi delle contromisure che dovrebbero essere prese dalla società. La prima ci ricorda la famosa “caccia agli evasori” con cui i governi italiani reiteratamente promettono di poter raddrizzare i bilanci pubblici.

Caccia alle password (condivise)

In questo caso si tratta di caccia alla condivisione delle password, pratica che secondo le stime della società è utilizzata da circa 100 milioni di “abbonati” (come dire uno su due).

Pubblicità

La seconda – più interessante – riprende l’idea di Disney: creare un nuovo piano di abbonamento più economico ma supportato dalla pubblicità. Questa la dichiarazione in merito del co-CEO Reed Hastings: “Tutti coloro che seguono Netflix sanno che sono stato sempre contrario alla complessità indotta dalla pubblicità e un grande sostenitore del modello ad abbonamento. Ma sono ancora più sostenitore della possibilità di scelta: chi vuole un prezzo più basso ed è disposto a tollerare l’advertising ha diritto a un’offerta ad-hoc“.

Forecast

Ai lettori più attenti non sarà sfuggita l’ultima riga della prima tabella pubblicata all’inizio dell’articolo. Si tratta del dato previsionale relativo al numero di abbonati a fine giugno 2022, stimati a 219,6 milioni con un’ulteriore diminuzione dello 0,90% (dieci volte superiore a quella odierna).

Underpromise…

Sbaglieremo, ma, rimanendo nell’alveo della bolla speculativa, ci sembra la classica mossa “underpromise, overdeliver”, fatta per mettersi nella posizione di poter presentare tra qualche mese risultati “superiori alle aspettative” e far riprendere la progressione del titolo. Appuntamento per una verifica ai primi di luglio.

In collaborazione con: newslinet.com

Tra poco più di due mesi il refarming della banda 700 MHz si concluderà, almeno sul piano formale

Tra poco più di due mesi il refarming della banda 700 MHz si concluderà, almeno sul piano formale. Su quello sostanziale, con contenziosi tra operatori di rete e fornitori di servizi di media audiovisivi destinati in molti casi a finire nelle aule giudiziarie come quelli con Mise ed Agcom, la strada, invece, sarà ancora lunga. E impervia. Tuttavia, vogliamo qui concentrarci su un altro riflesso del refarming: quello della Radio. A seguito della dismissione di gran parte delle frequenze VHF (ma non tutte) e della definizione del coordinamento radioelettrico internazionale, Agcom potrà finalmente approvare l’atteso Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze per la radio digitale, che consentirà al Mise di mettere a bando i diritti d’uso ai consorzi che ospiteranno le emittenti aderenti.

Le vicende della Radio nel solco di quelle della TV

Quella per l’attribuzione dei diritti d’uso sarà una procedura simile al refarming televisivo, con la sequenza che abbiamo imparato a conoscere molto bene in questi ultimi cinque anni.

Le disposizioni del TUSMAR sull’uso efficiente e pluralistico della risorsa radioelettrica, con uniforme copertura e razionale distribuzione

Ricordiamo infatti che l’art. 50 c. 5 del D. Lgs. 208/2021 (cd. nuovo TUSMAR) dispone che “L’Autorità adotta e aggiorna i piani nazionali di assegnazione delle frequenze per il servizio di radiodiffusione terrestre considerando le codifiche o standard piu’ avanzati per consentire un uso piu’ efficiente dello spettro nonché garantendo su tutto il territorio nazionale un uso efficiente e pluralistico della risorsa radioelettrica, una uniforme copertura, una razionale distribuzione delle risorse fra soggetti operanti in ambito nazionale e locale, in conformità con i principi di cui all’articolo 11. Per la pianificazione delle frequenze in ambito locale è adottato il criterio delle aree tecniche” (già impiegato per il DTT).

Coordinamento della Radio

Con la precisazione, dettata dal c. 6 del citato art. 50 del D. Lgs. 208/2021, secondo cui “Al fine di escludere interferenze nei confronti di Paesi radioelettricamente confinanti, in ciascuna area di coordinamento definita dagli accordi internazionali sottoscritti dal Ministero e dalle autorità degli Stati radioelettricamente confinanti, sono oggetto di pianificazione esclusivamente le frequenze attribuite all’Italia dagli accordi stessi.

Frequenze off limits ed aree tecniche

Le frequenze non attribuite internazionalmente all’Italia nelle aree di coordinamento definite dagli accordi internazionali di cui al presente comma, non possono essere pianificate dall’Autorità né assegnate dal Ministero. Nella predisposizione dei piani di assegnazione di cui al comma 5 l’Autorità adotta il criterio di utilizzazione efficiente e razionale dello spettro radioelettrico, suddividendo le risorse in relazione alla tipologia del servizio e prevedendo di norma reti isofrequenziali per macroaree di diffusione”.

Scelte

Il 2023 sarà quindi un anno particolarmente impegnativo per la radio sul piano tecnico-amministrativo, con l’imposizione di scelte, anche dolorose, di carattere economico-strutturale (la multipiattaforma è un processo tanto necessario quanto costoso).

L’ostacolo…

Ma all’orizzonte si profila, come ampiamente noto ai nostri lettori, un altro complicato ostacolo.
Abbiamo detto che il PNAF per la radio digitale consegue alla definizione di due fattori preliminari: il refarming della banda 700 MHz e gli accordi di generale coordinamento radioelettrico internazionale. Quest’ultimo, a sua volta, è subordinato alla risoluzione delle annose problematiche interferenziali internazionali in FM, in particolare sulla costa adriatica.

… dietro il comma

Problema marginale? Mica tanto, tanto più che, a mente dell’art. 50 c. 10 del D. Lgs. 208/2021, Agcom “adotta il piano nazionale di assegnazione delle frequenze radiofoniche in tecnica analogica, tenendo conto del grado di sviluppo della radiodiffusione sonora in tecnica digitale”.

Gli interventi di rimozione delle interferenze FM agli stati esteri

E soprattutto: “Nelle more di una effettiva diffusione della radiodiffusione sonora in tecnica digitale e dello sviluppo del relativo mercato, il Ministero, in coordinamento con l’Autorità, può procedere ad attività di ricognizione e progressiva razionalizzazione dell’uso delle risorse frequenziali in tecnica analogica in particolare al fine di eliminare o minimizzare situazioni interferenziali con i paesi radio-elettricamente confinanti, ed incoraggiare l’efficiente uso e gestione delle radiofrequenze, tutelando gli investimenti e promuovendo l’innovazione”.

Chi va Piano non va lontano

In due parole: Piano FM subito dopo quello DAB+. E quindi, anche in questo caso, pianificazione delle frequenze (ridotte almeno del 25% – ma qualcuno si spinge a ipotizzare anche il 40% – rispetto alle attuali), bandi, graduatorie e quindi ammessi ed esclusi.

In collaborazione con: newslinet.com

Si prevede, nella sostanza, il crollo di quel muro di Berlino che ha impedito l’attuazione del Piano FM, previsto dal 1990, ma mai attuato

Perché si parla così tanto di switch-off FM/DAB+? Cosa c’è di probabile e cosa d’inverosimile nella ridda di interventi sul controverso tema, da oltre un anno a questa parte? Intanto va detto che quello che fino al 2020 era un tabù, ora trova insospettabili proseliti. Ad avere fatto cadere il velo sull’ipotesi di uno switch-off FM/DAB+ entro il 2030 è stato, proprio su queste pagine, Roberto Sergio, direttore di Radio RAI.

Lapidato…

Immediatamente attaccato da gran parte della radiofonia privata italiana.

… e rivalutato

La quale, però, nel tempo, si è molto ammorbidita. Arrivando, anche in qualche caso autorevole, a togliere dal piedistallo la diffusione analogica della Radio.

In medio stat virtus

Sebbene un abbandono completo della FM (cioè uno switch-off FM/DAB+) entro il 2030 potrebbe essere poco probabile, è ragionevole attendersi pesanti contraccolpi all’infrastruttura analogica ben prima di tale data (il 2025 non è utopico).

Scenari

Come anticipato qualche giorno fa, NL ha potuto visionare un documento d’indirizzo politico che ipotizza alcuni scenari di regolamentazione del settore alla luce di contingenze tecnologiche e giuridiche (necessità di coordinamento internazionale).

Il crollo del muro

Si prevede, nella sostanza, il crollo di quel muro di Berlino che ha impedito l’attuazione del Piano FM, previsto dal 1990, ma mai attuato. Non tanto per indisponibilità del Ministero, va detto, ma per precisa volontà degli stessi operatori. I quali avevano compreso, da una parte, che un piano di assegnazione avrebbe destabilizzato profondamente equilibri consolidati e rallentato avvicendamenti e, dall’altra, che il trading delle frequenze era un gran bel business.

Lo status quo FM non è più un dogma

Perché a oltre 30 anni di distanza – e proprio in prossimità di un forte avvicendamento digitale – occorrerebbe pianificare la modulazione di frequenza?

Ordini

Per due ordini di motivi.

Il primo, giacché senza una pianificazione sarebbe impossibile giungere a quell’improrogabile coordinamento internazionale FM per cui il nostro Paese si è impegnato.

Il secondo è, invece, connesso inscindibilmente al primo: solo a seguito della risoluzione delle problematiche interferenziali FM potrà essere definito l’impiego coordinato con gli stati confinanti delle frequenze necessarie per lo sviluppo del DAB+. In altri termini, bisogna impedire che il cane continui a mordersi la coda.

I conti non tornano

Lo sviluppo della radio digitale, tuttavia, non dovrebbe contemplare necessariamente lo spegnimento della FM, in quanto, a differenza del refarming TV, con la radiofonia non abbiamo condivisione di frequenze. In sostanza, non occorre dismettere una piattaforma distributiva per far posto all’altra.

Allora dove sta il problema?

Il nodo gordiano, piuttosto, è che le frequenze FM italiane coordinabili con gli stati esteri non superano il 60-70% delle attuali (secondo qualcuno il 50, secondo altri, più possibilisti, l’80%). È vero che un Piano di assegnazione non potrà prevedere le attuali ridondanze; ma, comunque, è chiaro che spazio per tutti (gli attuali esercenti) non ci sarà. E quindi una cernita sarà imprescindibile.

Come?

Attraverso il procedimento selettivo adottato per la TV: piani, bandi e graduatorie.

Defezioni

Va però detto che, prima di allora, vi saranno defezioni determinate dall’insostenibilità della multipiattaforma da parte delle emittenti minori.

Il dilemma

Quindi, per rispondere al dilemma iniziale: lo switch-off FM/DAB+ è altamente improbabile. È invece in concreto attendibile uno switch-over relativamente ravvicinato. Con un progressivo abbandono della diffusione analogica partendo dalle aree meno rilevanti dal punto di vista demografico e/o commerciale. O magari da quelle dove il consolidamento della distribuzione digitale sarà stato, medio termine, conseguito.

Quando accadrà?

Probabilmente entro il 2030. Insomma, cambia la prospettiva, ma non la scadenza.

In collaborazione con: newslinet.com

Nuova via dell’ADV

Il trust halo che si è venuto a creare tra ascoltatori e conduttori di radio e podcast – ormai veri e propri influencer – si presenta come la nuova frontiera dei branded content e al contempo dice molto sul ruolo e sulle potenzialità dell’audio entertainment. Gli host godono di un’alta credibilità presso i consumatori, che li reputano addirittura più affidabili dei personaggi che popolano i settori TV e social.

La ricerca di iHeartMedia e PMX

Nel novembre 2021, iHeartMedia e PMX, braccio finanziario di Publicis Media, hanno condotto una ricerca sul settore dell’intrattenimento audio. In particolare, lo studio si è concentrato sugli “influencer” di radio e podcasting e il rapporto di queste figure con il relativo pubblico.

Exploring the brand benefits of trust and companionship in audio

Lo studio, dal titolo “Exploring the brand benefits of trust and companionship in audio”, ha preso in esame un campione di 1200 persone. Come si evince dal nome della ricerca, il punto focale è l’analisi del rapporto di fiducia e di relazione che l’audio è in grado di instaurare con il proprio pubblico.

Come nasce il trust halo

Inoltre, ovviamente, si è indagato in merito a come questo rapporto possa eventualmente essere sfruttato in campo commerciale, soprattutto per quanto riguarda il settore dell’advertising. Ma prima di capire come utilizzare questo particolare aspetto, è bene capire in cosa effettivamente consista il trust halo e come si venga a creare.

Riconoscibili, affidabili e autentici

Ciò che emerge dallo studio condotto da iHeartMedia e PMX è la percezione positiva che gli ascoltatori hanno dei personaggi che popolano il modo degli show radiofonici e del podcast. Infatti, i consumatori affermano che queste figure sono “Altamente riconoscibili, affidabili e autentiche”.

Lo status dei conduttori

I conduttori radiofonici, dunque, godono di un’alta considerazione riguardo la propria autenticità e connessione alle comunità a cui rivolgono il proprio servizio. Altrettanto avviene per i conduttori del settore podcast.

Influencer

Siffatto contesto ha permesso la nascita e il fiorire di nuove figure per il mondo audio: gli influencer. In sé, questo tipo di personalità non è certo inedito, ma la sua presenza in un campo come quello dell’intrattenimento audio è certamente una novità. Sempre che non si ammettano in questa lista anche quelle figure che hanno compiuto il percorso inverso: influencer di vario stampo prestati al mondo della radio e dei podcast.

Le parole di Chris Caruso

Ad ogni modo, come ha affermato Chris Caruso, National Audio Practice Lead di PMX: “Con la resilienza della radio e la recente esplosione del podcasting, gli influencer audio sono una nuova via per gli ADVertiser per continuare a connettersi con il pubblico in modi autentici”. Caruso prosegue poi sostenendo che “con la diversità e varietà dei contenuti c’è un’enorme opportunità strategica per i brand di connettersi con dei consumatori”.

Trust halo

Da questa ricerca è emerso quel fenomeno che, come spiega Gayle Trobeman, responsabile marketing di iHeartMedia, viene chiamato trust halo. L’alone di fiducia in questione consiste in quella particolare relazione “amicale” che gli ascoltatori sviluppano con conduttori, personalità e programmi preferiti. La connessione che si crea “Si estende a pubblicità, raccomandazioni di prodotti e in generale alle comunità di radio e podcast. Gli ascoltatori sentono un impareggiabile senso di compagnia e imparano di più riguardo al mondo e a loro stessi”, andando ovviamente a favorire gli ADVertiser.

Trust Halo e ADVertising

È infatti sufficiente riportare pochi dati della ricerca per rendersi conto di quanto questo alone somigli più a un fascio di luce. Ad esempio: gli ascoltatori radio sono il 129% più portati a dire di ascoltare per intrattenimento rispetto agli ascoltatori di altre piattaforme audio. Al contempo, per quanto riguarda il podcast, il 71% degli ascoltatori e il 79% dei forti ascoltatori (il top 25% dei fruitori per ore ascoltate a settimana) afferma che questo mezzo abbia anche una funzione istruttiva e di insegnamento.

L’ADV è più efficacie se audio

Ma soprattutto: Il 55% dei partecipanti allo studio afferma di ascoltare più spesso spot in radio e podcast che in altri media. Mentre Il 53% trova che l’ADV su questi mezzi sia più rilevante che su ogni altro medium, a tal punto che pressoché la stessa percentuale di individui ha affermato di fidarsi maggiormente degli ADVertiser di radio e podcast che di quelli di qualsiasi altro mezzo di comunicazione.

L’audio connette e conforta

Un dato importante, su cui sicuramente riflettere: nella ricerca è stato incluso uno studio sull’assenza della radio. Infatti, agli ascoltatori è stato chiesto di non fruire di radio e podcast per tre giorni. Parlando dell’esperienza, i partecipanti hanno dichiarato di sentirsi soli e disconnessi. Addirittura, un ascoltatore ha dichiarato che si sentiva come se fosse escluso da una conversazione.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Come scegliere quello giusto

Oggi, è difficile immaginare un’auto moderna senza vari componenti multimediali. Un sistema multimediale può essere inteso come un dispositivo multimediale, di solito un’unità principale in grado di trasmettere, ricevere e convertire informazioni come segnali video e audio. Ci sono diverse varianti di questi tipi di dispositivi: multimedia, stazione multimediale, centro multimediale, complesso multimediale, unità principale.

Sistema multimediale

Il termine sistema multimediale può anche riferirsi a un sistema avanzato che di solito consiste in molti componenti audio e video. Il layout può includere lettori DVD, ricevitori, changer, monitor, sintonizzatori TV, ecc. Un sistema di navigazione GPS e una telecamera posteriore sono buone opzioni per il conducente. Il sistema può anche essere equipaggiato con l’elaboratore del suono, che permette di sentire la bellezza e l’effetto del suono multicanale.

Opzioni per la costruzione di un sistema

Ma la cosa più interessante è che, adattando rigorosamente il numero di dispositivi che compongono il sistema, in linea di principio, una regola non c’è. Tutto è determinato dai desideri e dalle possibilità del proprietario dell’auto.

Tailor made

L’installazione di componenti multimediali renderà il viaggio in auto più comodo e confortevole. Tutto dipende solo dal vostro gusto e dalle vostre preferenze.

Tipi di multimedia

Tutti i sistemi variano per dimensioni, connettività e caratteristiche aggiuntive. Quando si decide una modifica, la prima cosa a cui si dovrebbe prestare attenzione è la dimensione di montaggio del dispositivo.

– DIN-1: Questo tipo di sistemi ha dimensioni standard (larghezza 180mm. e altezza 50mm.);
– DIN-2: In questi sistemi multimediali la larghezza rimane la stessa (180mm), ma l’altezza è il doppio del DIN-1 (100mm). La ragione di queste dimensioni è lo schermo piuttosto grande dell’unità principale e la presenza di un numero piuttosto grande di pulsanti per navigare attraverso il menu dell’unità e le sue impostazioni.

Alcuni parametri per la selezione dei multimedia per la tua auto

Esiste un gran numero di parametri per la selezione dei multimedia. Se l’unità principale installata in fabbrica non è soddisfacente, il conducente dovrebbe prestare attenzione ai seguenti parametri

Tipo di media da collegare

Un moderno sistema multimediale è in grado di leggere senza problemi la musica di vari supporti. Un tale complesso può avere i seguenti connettori per questo scopo.

– Slot per CD: Questo permette di ascoltare la musica che è stata preregistrata su CD.
– Porta USB: Questo ti permette di collegare una chiavetta USB o il tuo telefono al tuo sistema multimediale.
– Slot SD: Un piccolo slot che permette di inserire una scheda SD, o un adattatore che ha una scheda microSD.

Potenza di uscita

Quando si sceglie un nuovo player, si dovrebbe prestare attenzione alla potenza che emette. Ogni modello è dotato di un proprio amplificatore per il collegamento di altoparlanti passivi. Vale la pena ricordare: più altoparlanti si hanno, più la musica suonerà silenziosa, perché la potenza è distribuita uniformemente tra gli elementi del sistema.

In collaborazione con: newslinet.com

 

Approvato emendamento a Decreto energia

Le Commissioni riunite Ambiente ed Attività Produttive della Camera hanno concluso l’esame del d.d.l. di conversione in legge del D.L. n. 17/2022, (rubricato “Misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali”), cosiddetto Decreto Energia, approvando, tra le altre cose, una riformulazione dell’emendamento 25.011 (Dal Moro Gian Pietro, Serracchiani Debora, Pellicani Nicola) in tema di riassegnazione di risorse in favore dell’emittenza locale (radio e TV).

Credito d’imposta per investimenti pubblicitari rimodulato da Decreto Energia

L’emendamento nel processo di conversione in legge del Decreto Energia prevede che, a decorrere dall’anno 2023, il credito d’imposta riservato alle imprese, ai lavoratori autonomi e agli enti non commerciali che effettuano investimenti in campagne pubblicitarie sia concesso solo con riferimento a campagne pubblicitarie sulla stampa quotidiana e periodica anche on line e non più a quelle effettuate sulle emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche o digitali.

Contribuzione diretta a radio e TV locali

Allo scopo, il provvedimento emendato dispone che il limite di spesa per il credito d’imposta suindicato sia ridotto a 30 milioni di euro a fronte di un incremento di 15 milioni di euro annui, da destinare alla quota spettante al Ministero dello Sviluppo Economico, relativamente al Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. In altri termini, formando così una contribuzione diretta.

L’iter legislativo

Dal punto di vista operativo, il provvedimento arriverà alla Camera lunedì prossimo (11/04/2022) con l’illustrazione dei contenuti principali del testo a seguito delle modifiche apportate. All’approvazione della Camera seguirà l’esame, in seconda lettura, del Senato, si suppone senza modifiche. Il Decreto legge 17/2022 dovrà comunque essere convertito in legge entro il 30/04/2022.

In collaborazione con: newslinet.com

 

Ma i broadcaster restano in panchina

Grazie alla particolare situazione dei diritti TV sullo sport, l’Italia si posiziona in cima alla classifica europea dei paesi con maggior peso sugli investimenti dei player solo OTT. Primo posto anche per quanto riguarda le percentuali di accesso dei singoli tifosi. Ma per qualcuno questo primo posto non è da festeggiare. Per i broadcaster nazionali, infatti, il primato italiano è una sconfitta pesante.

L’analisi di Ampere

Da una recente analisi condotta da Ampere, è emerso che l’Italia è il primo paese in Europa per spesa in diritti sportivi riguardanti lo streaming. La top 5 dei principali mercati (e campionati calcistici) del continente si completa, nell’ordine, con Regno Unito, Germania, Francia e Spagna.

Italia aprifila

Come scrive la società esperta in ricerche di mercato: “L’Italia apre la strada in Europa”. Infatti, con oltre la metà del totale degli investimenti, pari al 53%, il Bel Paese si colloca al primo posto per quanto riguarda la spesa nei diritti sportivi europei. Al secondo posto in classifica si trova poi la Germania, con un distacco di oltre 20 punti percentuali. Un ulteriore dato interessante è l’ultima posizione del Regno Unito, con appena il 2%.

Rapida crescita

Guardando al dato totale, invece, sempre secondo le analisi Ampere, le percentuali dei 5 paesi sono destinate a salire, fino a toccare (nel 2022) il 20% della spesa complessiva in diritti TV sportivi. Una crescita decisa rispetto al precedente anno, in cui il peso dei servizi di streaming era del 12%. Ancora più impressionante se confrontata con il 2017, in cui il valore percentuale era di appena due punti.

Un primato preoccupante

Il primato italiano in questa classifica è, in realtà, un dato di allarme per tutti i player non interamente OTT. Per tutti quei soggetti, cioè, che dispongono di servizi streaming, ma che sono principalmente broadcaster tradizionali, pay o free che siano.

Italia, Serie A e Dazn

Infatti, la corsa dell’Italia verso il podio dello streaming sportivo è nata proprio quando Dazn si è portata a casa i diritti di tutta la Serie A – in esclusiva – storicamente detenuti da Sky. Oltre al campionato nazionale, nel nostro paese altri noti player sono riusciti a mettere mano su importanti competizioni calcistiche: è il caso di Prime Video che si è aggiudicata i diritti sulla Champions League.

66,6%

Vista la situazione sui diritti in Italia, non stupisce il dato sulla percentuale di tifosi tra i 18 e i 64 anni con accesso a internet che accede a un servizio OTT. Più del 66% del totale, infatti, ha sottoscritto almeno un abbonamento ai servizi di streaming per lo sport.

Il tifo non c’entra

Per fare un esempio, nel Regno Unito, dove il fervore calcistico è forse anche più intenso che in Italia, il dato non raggiunge il 60%. Ma la questione non riguarda né la passione, né la cultura, né il tifo.

Il caso UK…

Tenendo presente il 2% del totale sui diritti TV, si capisce meglio la situazione. Infatti, Ampere spiega che questi dati sono dovuti: “In parte a causa della natura competitiva del mercato dei diritti sportivi e delle dimensioni del business di Sky”. Ma non solo: ”Tutti i principali servizi sportivi in abbonamento nel Regno Unito offrono anche servizi OTT”. Un controbilanciamento, dunque, che spiega come mai, a fronte del 2% di spesa, gli accessi arrivino al 58% dei tifosi.

…e quello Italia

In Italia, invece, vista la situazione sui diritti, sia gli accessi che la spesa registrano percentuali alte, poiché, in sostanza, per seguire qualsiasi competizione calcistica e sportiva in generale si è costretti a sottoscrivere un abbonamento, ma non uno qualsiasi. Infatti, come visto, i player attivi nello sport sono praticamente tutti OTT, condizione che spiega il primato tricolore nella classifica.

Classifica OTT

A proposito di player e classifiche, nello scorso anno, Dazn è salita al terzo posto nella graduatoria degli investitori in diritti sportivi nei 5 paesi sopracitati, superando il colosso BT. Ma, nonostante la situazione inversa nel nostro paese, rimane dietro a Sky, che tiene il passo con una spesa di 4 miliardi nel bacino preso in esame (Dazn arriverà quest’anno a 2)

Un accenno all’entertainment in Italia

Recentemente si è parlato di web entertainment in Italia, con riferimento in particolare a tipi di contenuto e fasce d’età. Si è visto come il pubblico più numeroso di servizi come Dazn e Prime Video sia quello più adulto. Mettendo insieme i tasselli si nota, dunque, come effettivamente l’Italia non sia (e non sempre per colpa dei player nazionali) un paese particolarmente attento all’offerta di intrattenimento per i giovani, soprattutto se i maggiori investimenti vengono messi in campo proprio nei settori che meno interessano le fasce d’età più basse..

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

I superplayer IP dominano il mercato

I cataloghi degli OTT si arricchiscono sempre più di titoli italiani, fenomeno che si colloca nella strategia degli Originals, basata sul proporsi non più come distributori “freddi” di produzioni globali, ma anche come operatori vicini e familiari. Le serie TV italiane, così, oltre a trovare una nuova dimensione nel proprio paese, spopolano nel mondo, ma per i broadcaster tricolori la situazione è all’opposto, sempre più a rischio di farsi travolgere dai player internazionali.

Originals

La proposta di produzioni originali marchiata OTT è ormai sempre più ampia e soprattutto importante, sia dal punto di vista dei titoli, sia da quello degli investimenti. Infatti, dal 2020 al 2022 i principali player hanno prodotto e distribuito (in totale) oltre 50 serie.

Le serie TV degli OTT

In testa Sky, con 27 produzioni originali, a seguire Netflix con 22. Mentre Prime Video e Disney+, partite in ritardo rispetto ai due concorrenti, hanno finora proposto, rispettivamente, 7 e 3 serie TV (quelle degli studios di Burbank sono di prossima uscita).

Glocal

Il settore OTT si pone dunque come un concorrente dei broadcaster nostrani in un nuovo settore: il made in Italy. Se infatti fino ad appena 3 anni fa gli operatori nazionali potevano ancora vantare quel minimo di vantaggio dato dal carattere locale delle produzioni proposte sulle proprie reti, dal 2020 la musica è cambiata. Ora i player internazionali si presentano al contempo come distributori di grandi titoli globali e di contenuti nazionali.

Gli investimenti sulle serie TV

Basti pensare che dal 2019 a oggi il valore degli investimenti che gli OTT hanno messo in campo per il settore serie TV è triplicato. Si passa infatti dai 40 milioni di euro iniziali, ai 120 dello scorso anno; cifra che, secondo le stime, è destinata a raddoppiare nel 2023.

Nuovi attori

Una previsione forte ma non così incredibile, contando che a breve si aggiungeranno alla lista dei player anche Paramount+ e una nuova piattaforma frutto della joint venture tra Warner e Discovery. Questa andrà ad affiancarsi a quelle già proposte da Sky, tra cui la neoacquisita Peacock e la già nota Now TV.

Shopping

Nel frattempo, mentre player internazionali si promuovono sempre più come operatori locali, le case di produzione storicamente italiane vengono comprate da società internazionali. Come, ad esempio, è successo con Cattleya che ha prodotto titoli storici come Romanzo Criminale, Suburra e Gomorra. La società è stata infatti acquistata dagli inglesi ITV Studios.

Meno investimenti per le serie TV

Intanto, Rai e Mediaset, un tempo leader nel settore italiano, hanno diminuito gli investimenti sulle produzioni di serie TV. Nella fattispecie, il servizio pubblico è sceso dai 189 milioni di euro del 2020 ai 160 dello scorso anno. Per il 2022, però, la previsione di spesa è in ripresa con 170 milioni di euro.

Rassicurazioni

Su questo punto, però, Giancarlo Leone, presidente Apa (Associazione Produttori Audiovisivi), assicura sviluppi. Infatti, ha affermato, riguardo a Rai: “Ci attendiamo un budget 2023 in crescita, sia per i colloqui che abbiamo avuto con Carlo Fuortes , sia perché i fondi che Rai incasserà dalla vendita di Rai Way dovranno essere reinvestiti in prodotto”.

In collaborazione con: newslinet.com

Perché gli editori fanno finta che nelle case ci sia ancora qualcuno che li ascolti con un ricevitore tradizionale?

Edison Research: nel 2008 solo il 4% degli utenti non aveva un ricevitore FM in casa. Oggi sono quasi il 40%. E quasi il 60% del campione tra 12 e 34 anni ha riferito di non avere radio a casa. “Volete che la vostra stazione sia fruita su Alexa. Ma per ottenere ciò dovete incoraggiare gli ascoltatori. Se pensate che lo facciamo spontaneamente, magari acquistando uno smart speaker per sentire la radio, vi state prendendo in giro”. La promozione delle modalità di fruizione radiofonica è estremamente limitata. A dimostrare che la Radio parla poco e male di se stessa. Ed è questo il vero problema.

Tutto va bene, madama la marchesa

“Tout va très bien, Madame la Marquise“, la famosa canzone francese interpretata in italiano da Nunzio Filogamo, primo presentatore del festival di Sanremo, racconta di una nobile marchesa che al telefono chiede informazioni al suo maggiordomo sulla situazione del suo castello e riceve paradossali rassicurazioni da questi, mentre la condizione è catastrofica.

Guardare la realtà

Il modo di dire si riferisce a coloro che lodano sempre tutto e che non vedono, o fingono di non vedere, il lato reale delle cose.

La bacchettata

Così l’istituto di ricerca statunitense Edison Research bacchetta gli editori radiofonici che si comportano come se, nelle case, tutto fosse rimasto agli anni 90.

L’allarme di Infinite Dial

Nell’ultimo rapporto Infinite Dial di Edison Research, la società di ricerca americana ha riferito che il numero di americani che affermano di non avere una sola radio in casa continua ad aumentare.

Ricevitori scomparsi dagli scaffali

Ed il ritmo si sta, ovviamente, intensificando. Anche perché i ricevitori AM/FM non si trovano più in vendita.

Nel 2008 sono il 4% degli utenti USA non aveva un ricevitore FM in casa…

Nella rilevazione Infinite Dial del 2020, condotta prima della pandemia di COVID-19, poco meno di un americano su tre di età pari o superiore a 12 anni aveva riferito di non avere una sola radio in casa.

… oggi sono quasi il 40%

Nel 2022, quel numero è arrivato al 39%. Quattordici anni fa, solo il 4% degli intervistati aveva dichiarato di non possedere un ricevitore FM/AM nella propria abitazione.

Quasi il 60% degli intervistati da Edison Research tra 12 e 34 anni non ha una radio in casa

Il 57% degli intervistati di età compresa tra 12 e 34 anni ha riferito di non avere alcun apparato tradizionale (stand alone) per la ricezione radiofonica.

Passività radiofonica

E qui scatta la bacchettata di Edison Research agli editori: “Ovviamente volete che la vostra stazione sia fruita su Alexa di Amazon ed altri smart speaker. Ma per ottenere ciò dovete incoraggiare gli ascoltatori.

Chiedete ai vostri figli

Se pensate che lo facciano spontaneamente, magari acquistando uno smart speaker, vi state prendendo in giro. Domandatelo ai vostri figli e vedrete”, è stato commentato a margine della presentazione dei dati dell’indagine Infinite Dial 2022.

La Radio come il vinile

“Dicono che il vinile stia tornando”, è stato osservato a riguardo dei dati di Edison Research.

L’industria radiofonica fa troppo poco per far tornare la Radio nelle case

Perché allora l’industria radiofonica non avvia una campagna nazionale in modo che “la radio” possa tornare?”, hanno concluso i commentatori del report di Edison Reserch.

L’allarme di NL nel 2016

NL è stato il primo periodico a lanciare l’allarme 7 anni fa, evidenziando come il ricevitore AM/FM stesse progredendo verso l’estinzione.

Consigli per gli acquisti (di device)

E quindi come fosse necessario suggerire all’utenza l’utilizzo di sistemi di ricezione alternativi, naturalmente digitali.

Device alternativi al ricevitore FM

Da quelli più prossimi all’utente, come il TV (DTT), lo smartphone, il tablet ed il pc passando a quelli più elitari, quali smart speaker e smart TV.

Come se il mondo non fosse cambiato

Eppure, ascoltando una radio italiana, si colgono per lo più inviti a sentire i contenuti tramite le piattaforme tradizionali (FM, DAB+) e attraverso l’app.

Inviti timidi…

Per gli altri device si registrano solo timide call to action per gli smart speaker.

… e senza pw

E oltretutto quasi sempre senza fornire le chiavi per le interazioni, cioè le skill per Alexa di Amazon o le action per Home di Google, peraltro quasi sempre piuttosto complesse. Un po’ come offrire l’accesso ad un portale protetto da password senza fornirla.

Visual Radio

Salvo ovviamente che l’emittente disponga di una visual radio sul DTT, circostanza che chiaramente conduce essenzialmente alla promozione di tale piattaforma per l’ascolto indoor.

Lo tsunami del DTT

Tuttavia, mentre sino a prima dello switch-off di quest’anno la presenza delle visual radio DTT era notevole (l’Italia era il paese con più offerta visual radio al mondo), la riduzione del numero degli operatori (network provider) e conseguentemente della capacità trasmissiva disponibile, unitamente agli elevati costi della stessa sta portando al dimezzamento delle stazioni radio con sbocco sul digitale televisivo terrestre in forma diretta.

HBBTV

Perché in forma diretta? Perché gli esclusi dal DTT stanno migrando in massa sulla HBBTV (Hybrid Broadcast Broadband TV), nelle sue forme variegate di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine.

Crescita esponenziale

E che nei prossimi mesi vedranno certamente una crescita esponenziale.

Il paradosso della Radio: parla di tutto tranne che di sé

Ma anche su tale interessante prospettiva di fruizione la promozione è estremamente limitata. A dimostrare che la Radio parla poco e male di se stessa. Ed è questo, secondo Edison Research, il vero problema.

In collaborazione con: newslinet.com

 

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