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Mercato discografico torna in top ten globale

Il mondo della musica torna a crescere in tutti i settori a livello globale, trainato però dallo streaming. In forte crescita anche vinili, CD e, curiosamente, musicassette. Nel frattempo, il mercato discografico italiano guadagna il 27,8%, più della crescita mondiale del settore. Merito del boom dei Maneskin?

Il Global Music Report 2022

Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry) ha recentemente pubblicato il proprio rapporto annuale sullo stato dell’arte del settore discografico. Il Gobal Music Report 2022, che fotografa l’andamento dell’industria musicale nel 2021, mette in luce forti crescite a livello globale e, nella fattispecie, in Italia.

I dati del mercato discografico

A livello mondiale, come detto, la crescita è stata incisiva, con un aumento dei ricavi del 18,5%, pari a 25,9 miliardi di dollari (23,5 miliardi di euro). Nel giro di due anni, il settore ha visto il proprio giro d’affari aumentare di 5,5 miliardi. Per dovere di cronaca, sul podio si sono piazzate, in ordine crescente UK, Giappone e USA. Non si registrano, dunque, grandi sorprese per quanto riguarda la parte alta della classifica.

Un fenomeno iniziato da lontano

I grandi risultati ottenuti nel 2021 sono il culmine di una crescita iniziata nel 2014, che nello scorso anno ha registrato, ad ora, i numeri percentuali più alti. Merito sicuramente dello streaming che è aumentato del 24,3%, raggiungendo i 16,9 miliardi di dollari (15,3 miliardi di euro).

Il peso dello streaming sul mercato discografico

La fruizione in streaming è ormai il traino del mercato, su cui pesa per il 65%. Tale dato è diviso in 47,3% di stream in abbonamento e 17,7% di stream supportati da inserzioni pubblicitarie. Al secondo posto, sebbene a grande distanza, il fisico.

Il caso del fisico

Per la prima volta in vent’anni, il formato fisico torna a crescere totalizzando un +16,1%, arrivando così a pesare sul totale del mercato per quasi il 20%. Un dato non da poco, soprattutto se si prende in considerazione il supporto che più di tutti sta tornando in voga: il vinile.

Rivoluzione a 33 o 45 giri

Il buon vecchio disco, che sia a 45 o 33 giri, sta vivendo una seconda giovinezza, con vendite sempre più importanti, tanto che nel 2021 è cresciuto del 51,3%. Dunque ben più dello streaming: un fenomeno molto probabilmente alimentato dalla pandemia, ma che comunque non sembra dare cenno di arresto.

Download in down

Chi non cresce, ma, al contrario, decresce, è il settore del download che perde il 10,7%. Il motivo è riscontrabile facilmente nella crescita di streaming e fisico. Infatti, la natura ibrida del download lo rende poco appetibile per tutti i tipi di fruitori.

Non è fisico, non è digitale

Infatti, da un lato, l’aspetto digitale toglie l’esperienza più fisica e sensoriale del vinile (o CD che sia), dall’altro, lo spazio occupato e la fruibilità legata a uno specifico dispositivo rendono il download più simile a un formato fisico che a uno streaming. Sono proprio questi aspetti a rendere questo tipo di supporto una via di mezzo che non accontenta nessuno.

Il mercato discografico nostrano

In Italia la situazione, per quanto – ovviamente – più contenuta in valore assoluto, è in percentuale più rosea che a livello globale. La crescita del nostro paese, infatti, è stata del 27,8%, superando i 332 milioni di euro di ricavi. Grazie a questi numeri, il mercato italiano è tornato nella top ten mondiale, sebbene (almeno per ora) all’ultimo posto.

Italia passione vintage

Anche nel Bel Paese il vinile è in rimonta nelle classifiche di vendita, registrando una crescita addirittura del 79%, accompagnato dalle cassette, che guadagnano il 245%. Come a livello globale, anche l’Italia sta assistendo a un ritorno ai supporti più classici. Bene anche i diritti connessi (ascolto in radio, TV, locali pubblici) e quelli di sincronizzazione (pubblicità, film, serie TV). Questi due settori sono infatti cresciuti, rispettivamente, del 37,2% e del 36,4%.

Effetto Maneskin

Le ragioni della grande crescita italiana registrata nel 2021 sono quasi certamente da ricercare nell’anno d’oro della musica del nostro paese e soprattutto dei Maneskin. Dopo la vittoria a Sanremo 2021, con conseguente aumento di streaming e successo non solo in Italia, il quartetto ha conquistato anche l’Eurovsion Song Contest, spopolando in tutto il mondo e arrivando persino ad aprire un concerto dei Rolling Stones.

La speranza del mercato discografico italiano

Sicuramente la band di Damiano e soci ha contribuito in modo fondamentale all’aumento dell’interesse e conseguentemente del giro d’affari per il settore nel nostro paese. Dunque, la speranza per il mercato italiano è che il successo dei Maneskin sia l’apripista per un rinnovato coinvolgimento da parte di pubblico e investitori.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

La nuova frontiera della HBBTV by Intecgroup

Call to action associata ai tasti colorati del telecomando (cd. soft key) per visionare 4 contenuti HBBTV (acronimo di hybrid brocast broadband TV) preferenziali ad accesso diretto. E’ questa la nuova funzionalità – che NL aveva anticipato sei mesi fa (novembre 2022) – che, dopo la tecnica del jump, sta destando in questi giorni particolare interesse tra i FSMA (fornitori di servizi di media audiovisivi) e, in generale, i fornitori di contenuti (quindi radio, prodotti in streaming non già presenti sul DTT, ecc.).

Call to action

Al momento la call to action in esame è disponibile sul canale nazionale 170 (Prima Free), ma presto sarà fruibile su molti altri LCN, nazionali ed areali.

Tra mosaico e jump

Il funzionamento è estremamente intuitivo e, proprio per questo, costituisce una grande opportunità che si pone a cavallo tra le altre opzioni della HBBTV: il classico mosaico e lo strategico jump.

L’interlocutore

Ne parliamo con l’ing. Massimo Rinaldi, responsabile dell’Area Tecnica di Consultmedia, che ha contribuito alla realizzazione dell’applicazione sviluppata da Intecgroup di Bologna.

Il mosaico

Partiamo dal mosaico, l’impiego più classico della HBBTV, che prevede lo sfruttamento (di norma) di uno solo dei tasti del telecomando (generalmente il rosso) attraverso smart TV effettivamente connesse.

18 mln di TV effettivamente connesse nel 2022

Le quali, è bene rimarcarlo, sono già oltre 15 milioni e diverrano 18 entro la fine del 2022 (quindi quasi il doppio di quelle che ricevono il satellite).

Il tasto rosso

“Quando compare sullo schermo un’icona rossa (o comunque una call to action associata ad uno specifico tasto del telecomando), attraverso il relativo comando (come detto, di norma il tasto multifunzione di colore rosso, ndr) si accede ad un bouquet costituito da un numero variabile di icone, selezionabili con il mouse del telecomando.

Mux by mux

Ognuna di queste icone è costituita da un prodotto autonomo in streaming audio/video che completa una offerta free o pay”, spiega l’ing. Rinaldi.

Il jump

La tecnica del jump, invece, come abbiamo avuto modo di approfondire recentemente su queste pagine, non fa impiego di alcuna soft key, in quanto, automaticamente, il televisore, dopo aver sintonizzato un canale dotato di apposita applicazione, dirotta l’utente su un contenuto in streaming senza necessità di intervento. In questo caso, quindi, è totalmente assente la call to action.

Questione di banda

“Il jump è particolarmente adatto – sottolinea l’ingegnere – per limitare il consumo di banda sul digitale terrestre, in quanto un contenuto di bassa o bassissima qualità (che quindi impiega una ridotta quantità di capacità trasmissiva del mux) è immediatamente indirizzato ad un flusso streaming a/v di buona qualità (anche HD o 4K).

Passaggio inconsapevole

Il telespettatore con smart TV connessa, in questo frangente, passerà da un contenuto low quality ad uno SD o HD senza praticamente rendersene conto. Ovviamente è possibile anche effettuare il jump direttamente al mosaico, anche se così il vantaggio della tecnica perderebbe la sua efficacia.

Moltiplicatore dell’offerta DTT/IP

Il jump dovrebbe essere attentamente considerato sia dagli operatori di rete che dal regolatore, che potrebbe destinare ad essi i centinaia di LCN disponibili e non attribuiti.

x 20

Ad un contenuto di 2 Mbit/s in H264 potrebbero infatti corrispondere anche 20 (o più) marchi/palinsesti disponibili attraverso la soluzione jump, dando così un fortissimo impulso all’offerta free to air a vantaggio dell’utente, in termini di semplificazione (es. “vai sul canale 320 per seguire un canale audio/video di sola musica rock“, ndr). Non dimentichiamo che col prossimo passaggio al T2/HEVC sarà superata l’attuale indisponibilità di capacità trasmissiva”, evidenzia l’ing. Rinaldi.

Soft key inespresse

Passiamo quindi alla nuova call to action, che parte dalla considerazione che, tra soluzione mosaico e jump, nella maggior parte dei casi, 3 delle quattro soft key colorate rimangono inutilizzate.

L’intuizione

“La nostra idea è stata quella di sfruttarle per consentire l’accesso diretto dal telecomando ad ulteriori 3 prodotti preferenziali , favorendo la comunicazione all’utenza (“vai sul canale 170 e all’avviso sullo schermo premi il tasto blu”, ndr).

Collocati e venduti

“Dopo i primi test positivi, siamo passati alla collocazione sul mercato, ottenendo subito un grande interesse (tanto che le 3 posizioni sono state immediatamente prenotate). Ora stiamo attivando altre call to action di questo tipo associate a canali (LCN) nazionali ed areali attraverso il partner Intecgroup con molti degli oltre 200 FSMA assistiti da Consultmedia“, continua il consulente.

CDN

“Intecgroup, peraltro, offre anche il servizio sottostante, relativo alla rete per la distribuzione dei contenuti (CDN) su cui fonda la fruizione del servizio HBBTV. Aspetto da non sottovalutare, in quanto l’affluenza ai contenuti HBBTV su canali nazionali può facilmente saturare la disponibilità delle connessioni contemporanee utilizzabili”, conclude l’ingegnere.

In collaborazione con: newslinet.com

Core su processo trasformazione offerta da univoca a personalizzata

L’invito rivolto da Agcom a RAI di trasformarsi velocemente in una digital media company di servizio pubblico è in realtà un segnale, fortissimo, indirettamente rivolto a tutto il mercato. Meno approccio da broadcaster, più offerta tailor made da OTT.
Per Agcom, RAI deve spingere (molto di più di quanto abbia fatto fino ad ora) sui device connessi (connected car, pc, tablet, smartphone, smart speaker), ovviamente non tralasciando DVB-T2 e DAB+. In sintesi, stop ad un approccio analogico ed orizzontale e go su prodotti verticali.

Sintesi del parere Agcom

Secondo l’Autorità, è necessario un “corposo investimento” per accesso universale di tutti i prodotti RAI su tutti i device per una offerta personalizzata. Perciò RAI dovrà dotarsi di modelli produttivi e di professionalità adeguati al mondo digitale.

Driver della trasformazione mediatica italiana

Secondo Agcom, RAI, inoltre, dovrà essere il driver dei processi di innovazione in una prospettiva multipiattaforma. Dal DVB-T2 al DAB+, a seguito dell’adozione del Piano nazionale di assegnazione delle frequenze in banda III VHF per il servizio di radiodiffusione sonora in tecnica digitale, passando dal variegato mondo IP.

Massima concentrazione su IP

Infatti, la concessionaria pubblica, lungo il processo di trasformazione in digital media company, dovrà dotarsi delle infrastrutture necessarie “a garantire sull’intero territorio nazionale la fruizione omogenea, e con adeguati livelli di qualità, delle piattaforme RaiPlay e RaiPlay Sound”, adottando, dal punto di vista produttivo, nuovi strumenti, come i podcast.

Il dettaglio delle linee guida Agcom a Mise su RAI

Con un parere inviato al Ministero dello sviluppo economico (“Linee-guida sul contenuto degli ulteriori obblighi del servizio pubblico radiofonico, televisivo, multimediale, ai sensi dell’articolo 59, comma 6, del TUSMAR”, per quinquennio 2023-2027), Agcom ha tracciato quello che dovrebbe essere lo sviluppo strategico di RAI nella direzione di una digital media company.

Una digital media company di servizio pubblico

La RAI deve completare la trasformazione da broadcaster a digital media company. A tal fine sono necessarie una serie di azioni che – nel rispetto dei vincoli di bilancio – facciano dell’Azienda concessionaria del servizio pubblico “uno dei motori della digitalizzazione dell’Italia, sia sul versante tecnologico, sia nella diffusione di una corretta informazione e nel consolidamento di una nuova cultura, operando in coordinamento con tutti i soggetti del settore radiotelevisivo”.

Corposo investimento per accesso universale di tutti i prodotti RAI su tutti i device per una offerta personalizzata

“Questo impegno si dovrà tradurre in un corposo investimento in tecnologia per un accesso universale facile ed efficiente ai prodotti Rai su tutte le piattaforme e, nello stesso tempo, in un’offerta digitale distintiva e personalizzabile, capace di generare ampi ascolti per tutte le fasce di età“, si legge nel parere.

La RAI dovrà dotarsi, pertanto, di modelli produttivi e di professionalità adeguati al mondo digitale

La premessa di questo percorso deve essere il “rigoroso rispetto delle norme europee e nazionali e della giurisprudenza costituzionale che, nel dare concretezza al concetto di servizio pubblico, ne disciplinano l’attuazione, nel rispetto e a tutela dei valori costituzionali di indipendenza e pluralismo, e dell’identità nazionale ed europea”.

Obblighi di programmazione

In linea con gli obiettivi connessi alla fornitura del servizio pubblico radiotelevisivo già individuati in passato, la RAI “dovrà altresì assicurare una programmazione rispettosa del diritto dei minori ad un corretto sviluppo psicofisico, una piena fruizione dei contenuti da parte degli utenti disabili, approntando al contempo le necessarie tutele nei confronti delle minoranze, anche linguistiche”.

L’investimento tecnologico

Anche in connessione con gli obiettivi del PNRR la Rai “dovrà assolvere a un ruolo di riferimento per gli operatori del settore nella prospettiva della digitalizzazione del Paese, assurgendo al ruolo di driver dei processi di innovazione in una prospettiva multipiattaforma”.

DVB-T2

In concreto, nell’ambito del passaggio ai nuovi standard televisivi DVB-T2, la concessionaria pubblica “dovrà garantire la copertura di tutto il territorio nazionale migliorando le condizioni di ricezione delle trasmissioni digitali terrestri anche attraverso l’ammodernamento della rete di distribuzione”.

Sviluppo DAB+

Parimenti, a seguito dell’adozione del Piano nazionale di assegnazione delle frequenze in banda III VHF per il servizio di radiodiffusione sonora in tecnica digitale DAB+ (dopo il completamento del processo di refarming della banda 700 MHz), la RAI “dovrà sviluppare la rete di trasmissione per la diffusione dei canali radiofonici e di pubblica utilità su tutto il territorio nazionale“.

RaiPlay

Inoltre, le infrastrutture necessarie a garantire sull’intero territorio nazionale la fruizione omogenea, e con adeguati livelli di qualità, delle piattaforme RaiPlay e RaiPlay Sound “dovranno essere realizzate entro il quinquennio di vigenza del contratto di servizio. Ai fini dello sviluppo di tali piattaforme, la RAI, qualora decida di far ricorso a tecniche di data analytics, dovrà comunque, nel quadro della normativa vigente, utilizzare algoritmi che favoriscano le più ampie facoltà di scelta dell’utente”.

Il Web

La RAI deve utilizzare le risorse economiche e professionali di cui dispone per presidiare il mondo del web, “supportando, anche in tale ambiente, l’indipendenza e il pluralismo. Obiettivo del servizio pubblico deve essere quello di assumere nella rete il ruolo e l’autorevolezza di cui gode nel settore radiotelevisivo. La Rai deve, a tal fine, contrastare le strategie di disinformazione e i discorsi d’odio anche investendo nel controllo delle fonti”.

Innovazione, soprattutto per il pubblico più giovane

Nel periodo di vigenza del contratto di servizio, la Rai “dovrà consolidare il radicamento culturale e territoriale e rafforzare l’impegno per sviluppare un’offerta editoriale di alta qualità. L’offerta editoriale dovrà evidenziare la cifra distintiva del servizio pubblico e confermarne la leadership negli ascolti. Grande impegno dovrà essere dedicato alla ricerca di linguaggi nuovi, anche al fine di attrarre il pubblico più giovane.

Opere cinematografiche, fiction e documentari, attraverso nuovi strumenti, come i podcast

La produzione di opere cinematografiche, fiction e documentari deve contribuire a rafforzare l’identità nazionale ed europea. In tale ottica, la RAI “dovrà stimolare e sviluppare l’industria italiana del settore, guidandone il rinnovamento anche professionale, riservando attenzione a opere di giovani autori, sostenendo i nuovi strumenti (come i podcast) e l’interesse per generi tradizionali (come i documentari)”.

In collaborazione con: newslinet.com

Produzioni originali e nuovi brand per competere con altri OTT

La società di Burbank si sta preparando a lanciare un nuovo tipo di sottoscrizione, prima negli USA, poi globalmente. Nel frattempo, Disney Italia presenterà le prime produzioni originali realizzate nel nostro Paese, parte iniziale di un piano più ampio che prevede dalle 6 alle 8 uscite annuali.

Le ultime notizie da Disney Italia

Le ultime notizie provenienti dalla divisione italiana di Disney non erano delle migliori: tra chiusura degli store, licenziamenti dei dipendenti della neo acquisita Fox e ricavi in discesa. Da quel momento la compagnia aveva smesso di far parlare di sé anche a causa delle nuove regole sulla comunicazione decise da Disney.

Disney+

Sia in Italia che a livello globale, la strategia della società americana si è incentrata sul lancio della piattaforma Disney+ e del relativo catalogo. Forti degli storici titoli, tra Pixar, Marvel e Star Wars, lo spazio dedicato a produzioni più mirate ai mercati locali è stato poco (al contrario di altri OTT come Prime Video).

Non è tutto oro ciò che luccica

Lo svod di casa Disney ha nel frattempo raggiunto i 130 milioni di abbonati nel mondo a fine 2021 e punta a raddoppiare la cifra entro il 2024. Però, non tutte le sottoscrizioni sono uguali: nel mercato asiatico, infatti, sono stati proposti abbonamenti low cost. Tale tipologia di adesione molto probabilmente ha contribuito alla crescita dei numeri della società.

La svolta avod

La strategia di Disney sembra, però, andare sempre più verso l’abbassamento dei prezzi per la sottoscrizione al proprio servizio. È infatti in arrivo un nuovo tipo di abbonamento a basso prezzo in cui è integrata la pubblicità. La nuova formula verrà lanciata a fine anno negli Stati Uniti per poi arrivare nel 2023 anche a livello internazionale e, quindi, nel Vecchio Continente.

Made in Italy

Nel frattempo, la divisione italiana di Disney è al lavoro su produzioni made in Italy e si prepara a presentare la prima serie originale. Dal prossimo 13 aprile, infatti, sarà disponibile in streaming Le fate ignoranti, tratta dall’omonimo film di Ferzan Ozpetek che ha diretto anche il reboot in uscita.

L’obiettivo di Disney Italia

L’obiettivo della società è di arrivare a proporre dai 6 agli 8 titoli originali ogni anno, tra cui spiccano anche i nomi di Boris e The Good Mothers. Per ora si tratta dunque di brand già affermati portati avanti dagli studios di Disney, ma nel prossimo futuro dovremmo assistere al lancio di nuovi titoli finanziati dalla società sull’esempio di altri OTT come Prime Video e Netflix.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Forse più insidioso di Spotify

Amazon ama creare nuove categorie di prodotti, immaginati e progettati senza tener conto degli schemi consolidati. In taluni casi ottiene successi planetari, come con Echo e il concetto stesso di altoparlante intelligente; in altri clamorosi flop, come nel caso del telefono a schermo tridimensionale e – probabilmente – del robot Astro. Il progetto AMP, la radio reinventata, sembra però in linea con l’odierna società di creators “peer to peer” e offre qualcosa che l’attuale concorrente della radio, Spotify con la sua musica streaming e i suoi podcast, non ha: le on-air personalities e l’interazione con gli ascoltatori.

Amazon AMP…

Amp viene definito da Amazon come un servizio che offre a tutti la possibilità di divenire DJ e creare show radiofonici dal vivo.

… e Amazon Music

Sulla base del catalogo di milioni di brani senza problemi di licenza presenti in Amazon Music, i creator possono produrre un vero programma radiofonico con parlato e musica senza bisogno di hardware addizionale o strumenti di editing.

Reinventare la radio

Nel post di annuncio il VP di Amp John Ciancutti ha affermato: “La radio è sempre stata veicolo di cultura e di musica. Immaginiamo di poterla inventare da zero. Probabilmente la progetteremo con gli elementi che gli ascoltatori amano – intrattenimento parlato, musica, personalità radiofoniche – ma con l’aggiunta degli strumenti di oggi (basati su cloud e social interaction N.d.R.).

Un microfono non si nega a nessuno

Con AMP tutti possono avere un microfono e andare in onda: si tratta di un nuovo tipo di radio dalle possibilità infinite.”

Queen Radio

In occasione del lancio, per ora in versione beta e limitato agli Stati Uniti, Amazon ha messo in campo alcuni pesi massimi del mondo dell’intrattenimento quali Nicki Minaj, che con l’occasione trasferirà il suo programma radiofonico Queen Radio precedentemente trasmesso da Apple Music Beats 1.

+Create Show

Saranno questi personaggi ad attrarre alla piattaforma i giovani creator, invogliandoli a ideare e lanciare un proprio show semplicemente utilizzando il bottone +Create Show.

Sito dedicato

Sul sito dedicato sono presenti le best practices necessarie per uno titolo di successo. Uno speciale team dedicato si occupa inoltre d’individuare i migliori show per metterli in evidenza nella sezione featured.

Time will tell

Robot Astro o Smart Speaker? Quale che sia il successo commerciale di Amp una cosa pare certa: non saranno i grandi editori tradizionali a determinarlo.

In collaborazione con: newslinet.com

E richiama editori su vincoli della direttiva SMAV

Appello Agcom a media: l’attività di informazione televisiva costituisce servizio di interesse generale e, in ossequio a tale funzione, tutte le emittenti televisive sono tenute, anche ai sensi dell’art. 4 della direttiva SMAV, ad assicurare una adeguata informazione sui fatti di attualità al fine di concorrere alla formazione di una opinione pubblica consapevole, conformandosi a criteri di imparzialità, equità, completezza, correttezza e pluralità dei punti di vista.

Promotori

Il Presidente Giacomo Lasorella e i Commissari dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Laura Aria, Antonello Giacomelli, Elisa Giomi hanno inviato ai principali operatori dell’informazione in Italia (ma in particolare agli editori TV) una lettera congiunta recante un appello a tutela dei minori e delle giovani generazioni a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

Appello

“Le drammatiche vicende dell’invasione dell’Ucraina ci inducono a rivolgere, a chi ha la responsabilità di contribuire a formare l’opinione pubblica, un appello a tutela dei minori e, comunque, a favore delle giovani generazioni”, si legge nella lettera.

Pandemia e guerra rischiano di segnare in maniera indeledibile vita dei ragazzi

“Dopo i tragici mesi della pandemia, che hanno stravolto le esistenze di tutti, la guerra – la guerra in Europa – rischia di segnare in modo indelebile la vita dei nostri figli. È necessario aiutare i giovani a conoscere, capire e interpretare la drammaticità della guerra alla luce dei valori di ragione, tolleranza, solidarietà e rispetto della persona umana che costituiscono l’identità europea e secondo i principi contenuti nella nostra Costituzione”, spiega la nota di appello.

Attenzione all’utilizzo delle immagini

Si tratta di un “appello a tutti gli operatori del mondo della comunicazione, nel pieno rispetto dell’autonomia editoriale e del dettato dell’articolo 21 della Costituzione, è, innanzitutto, ad aver attenzione all’utilizzo delle immagini della guerra, al fine di non farne un inutile spettacolo.

Attività di informazione è servizio di interesse generale con obblighi chiari

In questo senso, l’attività di informazione televisiva costituisce servizio di interesse generale e, in ossequio a tale funzione, tutte le emittenti televisive sono tenute, anche ai sensi dell’art. 4 della direttiva SMAV, ad assicurare una adeguata informazione sui fatti di attualità al fine di concorrere alla formazione di una opinione pubblica consapevole, conformandosi a criteri di imparzialità, equità, completezza, correttezza e pluralità dei punti di vista.

Spazi di informazione per i giovani

C’è, poi, la necessità di creare per tutti i giovani (e non solo per i minori) spazi di informazione dedicata, che per linguaggi, ritmi e fruibilità, possano essere condivisi anche sulla rete e nei social.

Sinergie tra media

L’ulteriore sforzo da effettuare che vi chiediamo è quello di dare a questo impegno una pianificazione e una continuità tale da trasformarlo in un appuntamento costante per i ragazzi e anche per le famiglie. Sarebbe opportuno che si realizzassero, con questo obiettivo, sinergie tra i diversi media, coinvolgendo, ove possibile, anche le scuole. I volti noti della TV, della Rete e le firme prestigiose dei giornali dovrebbero essere coinvolti in questa attività di informazione e sensibilizzazione”, conclude Agcom.

In collaborazione con: newslinet.com

David Zaslav ha chiarito gli obiettivi della joint venture…

David Zaslav ha chiarito gli obiettivi della joint venture: competere con Netflix e Disney+. Il ceo di Warner Bros Discovery, con una dichiarazione che ha il sapore di una frecciata, ha inoltre messo in chiaro che la competizione del settore svod non è una gara a chi spende di più nelle produzioni originali.

Discovery 2021

Discovery ha da poco presentato il bilancio relativo all’ultimo trimestre 2021 e fatto il punto sull’intero esercizio appena concluso. Nel merito, i conti della società guidata da David Zaslav possono contare su 12,2 miliardi di dollari di fatturato (+14% sul 2020), suddivisi in 6,2 di raccolta pubblicitaria e 5,4 di distribuzione di canali e contenuti. In aumento anche gli iscritti a Discovery+, la piattaforma svod della compagnia americana, che arrivano a 22 milioni, con una crescita di due milioni solo nell’ultimo trimestre dell’anno. Proprio questo settore è al centro della strategia di crescita di Discovery.

Warner Bros Discovery

Il resoconto di fine anno è stata l’occasione per Zaslav per tornare sull’imminente fusione della società con WarnerMedia, operazione di cui si era già parlato. La conclusione della manovra e il conseguente inizio delle attività della nuova joint venture è fissata tra aprile e giugno di quest’anno, a seguito della riunione dei soci che avrà luogo l’11 marzo.

La sfida ai big

Warner Bros Discovery che toccherà, secondo le stime, ricavi per 52 miliardi di dollari già nel 2023, avrà come obiettivo principale quello di competere con i principali svod. La sfida è più che ardua, vista la disparità di partenza per numero di abbonati: Netflix 221,8 milioni, Diseny+ 196,4, Paramount 56,1.

Dimensioni

Zaslav ha però sottolineato come Warner Bros Discovery possa permettersi di competere con i principali attori del settore grazie a due aspetti fondamentali. Da un lato, un numero maggiore di proprietà intellettuali e brand che ampliano il target dello svod rispetto a Disney+; dall’altro, un catalogo più nutrito di quello di Netflix.

Gli investimenti intelligenti di Warner Bros Discovery

Il ceo ha poi aggiunto che gli investimenti futuri non punteranno sulla quantità, ma sulla qualità. L’obiettivo è crescere in maniera sostenibile, evitando dunque i piani aggressivi già visti in casi come quello di Dazn.

Eurosport e BT Sport

A proposito di OTT a tema sportivo: il gruppo americano è al lavoro sulla fusione tra Eurosport e BT Sport. Già nel corso di quest’anno l’operazione sarà conclusa e il nuovo prodotto editoriale debutterà nel Regno Unito e in Irlanda.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Il motore di ricerca di casa Alphabet torna sotto la lente d’ingrandimento dei giudici americani…

Il motore di ricerca di casa Alphabet torna sotto la lente d’ingrandimento dei giudici americani: in particolare, il servizio Google Amp è stato accusato di sfavorire la libera concorrenza in campo pubblicitario. Un’accusa forse non totalmente infondata, visto l’abbandono del servizio da parte di importanti editori statunitensi.

Recap

Il 2021 di Google si è chiuso con ricavi importantissimi, soprattutto dal settore adv, vero motore della crescita della società. Solo nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la pubblicità ha avuto un peso di 53,1 miliardi di dollari sul bilancio, un dato ancora più impressionante se si considera che l’adv è in crescita, rispetto allo stesso periodo 2020, del 43,2%.

Antitrust

Nello scorso anno, però, Google ha dovuto anche fare i conti con le autorità antitrust, prima quella italiana e poi la francese. In entrambi i casi, alla società era stato contestato un abuso della propria posizione dominante. Nel primo caso, l’oggetto della contesa riguardava la fruibilità dell’app JuicePass di Enel, mentre, nel secondo, il comportamento scorretto imputato dai francesi riguardava proprio il settore adv.

Da Google Ad Manager a Google Amp

Google avrebbe quindi favorito se stessa nel contesto pubblicitario della propria piattaforma a discapito dei concorrenti. Un comportamento, questo, che è stato nuovamente contestato alla società, questa volta da parte degli editori americani riguardo al funzionamento di Google Amp.

Google Amp

Accelerated Mobile Pages (appunto Amp) è un servizio che permette una navigazione mobile più fluida e veloce, come promette il nome stesso. In contemporanea, Amp gestisce anche la vendita di spazi pubblicitari sui siti stessi.

L’inghippo

L’accusa mossa nei confronti di Google sarebbe, ancora una volta, quella di aver creato un sistema che favorisce se stessa. Amp, infatti, sembra sfavorire la vendita all’asta di spazi pubblicitari a piattaforme esterne a Google, rendendo di fatto una scelta obbligata passare per il servizio di Mountain View.

Indipendenza

Gli editori americani, dunque, hanno deciso di muoversi verso altre direzioni, sperimentando versioni interne alternative alla proposta di Google, così da potersi rendere indipendenti dalla società di Alphabet. Non solo: oltre alla svolta verso l’autonomia per i servizi web, le motivazioni sembrano essere anche economiche. Infatti, oltre alla poca trasparenza nella vendita degli spazi, Amp garantirebbe anche bassi introiti.

Goodbye Google Amp

Alla luce di questa situazione, editori importanti come Vox Media, Buzz Feed, Bustle Bdg e Washington Post hanno annunciato di voler testare delle proprie soluzioni alternative. Nel caso del quotidiano della capitale, sembra che la decisione risalga addirittura alla scorsa estate.

In collaborazione con: newslinet.com

La nuova audio factory di Publitalia ’80. Il futuro è nell’audio…

L’offerta digital audio di Mediaset si arricchisce di “un nuovo progetto interamente dedicato alla produzione e distribuzione di contenuti audio digitali rivolti ai brand Ascoltare, vedere, sentire, emozionare e innovare: Dr Podcast”.

Nasce Dr Podcast, la nuova iniziativa di Publitalia ’80 per i contenuti audio digitali: “un’audio factory dedicata ai podcast, che rappresentano il presente e il futuro della content creation”.

Da Action Media a Dr Podcast Audio Factory

“Per ribadire la propria volontà di sviluppo in questo settore, Publitalia ’80, attraverso la controllata internazionale Publieurope, ha investito in Action Media LTD, media company specializzata nella realizzazione di contenuti audio con sede a Londra, che a seguito di questa operazione cambia nome e diventa Dr Podcast Audio Factory LTD”, spiega una nota di Mediaset.

La storia. Recente

“Fondata nel 2018, Action Media LTD si è posta sin da subito come punto di riferimento per le imprese che vogliono realizzare i propri contenuti nel mercato digital audio, fornendo supporto per la scrittura, la registrazione e la trasmissione dei podcast aziendali sulle principali piattaforme di podcasting“, sottolinea il Biscione.

Ambizione

“L’obiettivo della joint venture è quello di diventare leader nel digital audio a livello locale e internazionale, proponendo un’offerta ancora più ampia agli ascoltatori interessati a questo tipo di contenuti”, evidenzia il gruppo della famiglia Berlusconi, che tradisce la consueta ambizione.

Il futuro è podcast

Fruibili on demand in ogni momento della giornata e attraverso qualunque dispositivo connesso alla rete (mobile, desktop, smart speaker o smart TV), i podcast sono infatti un fenomeno in espansione, un ecosistema mainstream in continua evoluzione che sta rivoluzionando le modalità di ascolto e utilizzo dei contenuti audio da parte dei consumatori.

9,3 mln di italiani al mese ascoltano già i podcast

I quali lo scelgono per informarsi e intrattenersi. Secondo la ricerca condotta da Ipsos (ottobre 2021), in Italia si contano 9,3 milioni di utenti al mese, un numero in costante crescita che non accenna ad arrestarsi.

Modello di comunicazione commerciale evoluto

La ricerca attiva, l’attenzione e l’interesse da parte dell’ascoltatore, insieme alla forte connotazione emozionale, fanno del podcast un importante strumento di comunicazione per le aziende, un modo innovativo per entrare in contatto diretto con il proprio target, instaurando con il consumatore un’autentica relazione.

Il podcast di Newslinet della settimana

In collaborazione con: newslinet.com

Edison Research introduce Super Listener e ne analizza intenzioni e comportamenti

È stato pubblicato il terzo rapporto Super Listener (s) di Edison Research e Ad Results Media relativo al 2021 e incentrato appunto sui cd super listener. La ricerca, presentata durante una conferenza tenuta da Marshall Williams, partner presso Ad Results Media e Tom Webster, senior VP presso Edison Reseach, ha avuto luogo a novembre 2021 ed ha riguardato un campione di 1000 ascoltatori. Ne sono emerse alcune osservazioni interessanti. Anche se il vero colpo di scena della conferenza proveniva da tutt’altro studio.

Super Listener

Chi sono i super listener? Nella presentazione (al minuto 1:23) vengono indicati come “le persone nei due principali quintili in termini di ascolto, in sostanza quel 37% (sic) dei fruitori di podcast che ne consuma almeno 5 ore settimanali”.

Due quintili (o quasi)

Non facciamoci spaventare dalla parola quintile: si tratta di quinti, ovvero il 20% di un insieme. Scegliendo di parlare dei due principali quintili si va a descrivere le abitudini di ascolto del 40% degli utenti, qui per qualche motivo arrotondati per difetto a 37%.

Quel che resta dell’ascolto

Nulla è stato detto sulle abitudini di ascolto del restante 63% (il che, detto per inciso, ci ha lasciati perplessi).

Breaking News

La ricerca fornisce dunque numerosi dati relativi a questo sottoinsieme, ma prima di presentarli – forse per mancanza di dati veramente hot – viene offerta una ghiotta breaking news… proveniente da un’altra ricerca. Edison Research produce infatti anche Share of Ear, una sorta di Total audience relativa all’audio e basata un campione “molto ampio”.

Podcast vs radio

Ebbene, l’ultima edizione ha rilevato come nella fascia 13-24 anni il tempo speso all’ascolto di programmi in voce veda ormai la categoria podcast vincente rispetto alla tradizionale AM/FM per un importante margine (35% vs 16%).

Shift generazionale

Commentando i dati, i due analisti hanno parlato di uno shift generazionale nelle fonti dalle quali vengono ricavate le informazioni.

A conferma di questi dati, Edison cita una fonte indipendente, Pew Research – una “fact thank” senza scopo di lucro basata a Washington, D.C – che nello studio pubblicato il 15 febbraio 2022 rileva come un quarto della popolazione nella fascia 18-29 anni consuma news “tramite podcast”. Il dato sembra eclatante, ma come sempre occorre fare attenzione ai dettagli.

Il 23% degli adulti statunitensi riceve news almeno sporadicamente da un podcast

Il commento alla slide dice infatti testualmente “il 23% degli adulti statunitensi riceve news almeno sporadicamente da un podcast”, percentuale che diminuisce in modo inversamente proporzionale all’età. Sporadicamente: una categoria che comprende chi ascolta news via podcast anche solo una volta al mese.

Tempo di ascolto in aumento

Tornando a Edison Research, possiamo osservare come il sottoinsieme di coloro che consumano oltre 5 ore di podcast alla settimana ne ascolta in media ben di più: si passa infatti dalle poco meno di 10 ore rilevate nel 2019 alle 11,2 ore (11 ore e 12 minuti in media) del 2021.

Strumenti di ascolto

Un dato molto interessante riguarda gli strumenti utilizzati per la fruizione dei podcast. Come si vede, YouTube risulta essere la piattaforma dominante, con Spotify e Apple Podcast non troppo distanziati. Occorre comunque notare come la somma dei dati presentati sia pari al 375%, chiara indicazione del fatto che non esista una fedeltà alla singola piattaforma, forse in parte spiegabile dal recente fenomeno delle exclusive.

Video non indispensabile

Commentando la slide, è stato sottolineato come solo il 50% dei fruitori di podcast via YouTube guardi effettivamente il video: il restante 50% mette probabilmente il cellulare in tasca e si limita all’ascolto in cuffia.

Would You Be Willing?

I due ricercatori passano dunque a esporre una tesi forse ardita: quella che gli utenti sarebbero disponibili a pagare per la fruizione “del proprio podcast preferito” nel caso questo divenisse a pagamento.

Estremismi

Riteniamo l’ipotesi estrema in quanto si tratta di risposte affermative ad una situazione ipotetica, senza peraltro indicazione del livello di costo.

Polling error

In altre parole, non siamo di fronte ad una rilevazione del comportamento effettivo dell’utenza a seguito di un evento, ma alla dichiarazione di un’intenzione, cosa che porta spesso a previsioni non propriamente esatte.

Pubblicità

Riportiamo infine due dati sui quali val la pena riflettere. Escludendo casi quali quello di Joe Rogan, la gran parte dei podcast utilizza il classico modello dell’advertising.

Preferenze

Ebbene – e questa è anche l’esperienza diretta di chi scrive, decisamente appartenente all’ultimo quintile – gli utenti preferiscono di gran lunga quella caratteristica pubblicità redazionale che fa parte integrante del programma, una sorta di racconto del prodotto in promozione a volte decisamente lungo.

Host dixit

Racconto che gioca sulla fiducia nell’host: se – come spesso accade – questo afferma di essere in prima persona consumatore o utente dell’oggetto in promozione l’interesse è pressoché certo, portando spesso a successivi approfondimenti pro attivi da parte dell’ascoltatore.

Conclusioni

In conclusione vogliamo riportare la nota scritta da Laura Badiini di Kvox, un analisi particolarmente utile per chi mastica soprattutto di radio: “Lo studio mostra il podcast come un ottimo strumento di digital advertising. Nonostante i Super Listeners abbiano riscontrato un aumento, sia nel numero che nella durata, delle pubblicità all’interno dei podcast restano molto propensi all’acquisto di un prodotto/servizio citato negli episodi ascoltati.

Attenzione elevata

Questo, però, evidenzia come l’attenzione debba essere molto alta. Non si può pensare d’inserire troppe pubblicità e nemmeno utilizzare il modello del cluster pubblicitario radiofonico, potrebbe rivelarsi estremamente controproducente e il rischio di perdere ascolti è elevato“. Niente spot a effetto e registrati, nel mondo del podcasting.

In collaborazione con: newslinet.com

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